Il modello cinese


Non è un bel modello, la Cina, per una repubblica democratica costituzionale a impronta liberale e socialista, come è l’Italia.

Ma è un modello imposto dai fatti, a dimostrazione che la prassi alla lunga vince su tutto. Anche sulle tradizioni, anche sulle migliori intenzioni. Posto che nella politique politicienne dei nostri giorni le migliori intenzioni siano sopravvissute, in Italia, agli attacchi delle forze che si contendono il paese.

Il modello cinese è autoritario, capitalistico, militare. Non sono previsti spazi di critica e di libertà personale. I diritti soggettivi sono limitati dall’autorità dello Stato. Cultura e devozione religiosa sono subordinate al potere centrale. Da una parte ci sono i sudditi, poveri e oppressi, dall’altra, i ricchi e potenti. Oltre un miliardo i primi, due/trecento milioni i secondi, compresi i commissari del popolo che sorvegliano i primi. Una sorveglianza stretta, da fare invidia alla Stasi della DDR di buona memoria.

E’ quello che sta accadendo in Italia, con l’attenuazione progressiva dei diritti soggettivi. La pandemia ha accelerato il fenomeno, lo ha reso più visibile, forse irreversibile.

Stiamo vivendo la dissoluzione dello Stato di Diritto e del ceto borghese. Stiamo archiviando 200 anni di storia patria, dai moti carbonari ai nostri giorni. Una dissoluzione innaturale, ingiusta, opaca. In teoria rimediabile. In pratica no. Perché chi potrebbe, non vuole. Persegue la realizzazione del modello cinese.

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