Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina


La “guerra fredda” è tornata nel lessico della politica, non più per definire il conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, archiviato con la caduta del Muro di Berlino (anno 1989), ma quello in corso tra Stati Uniti e Cina.

Non si tratta ancora di un conflitto vero e proprio, sia pure freddo, tale da coinvolgere un intero apparato statale contro l’altro, inaspettato e fuori controllo, perché siamo convinti che, in entrambi i Paesi, gli effetti della globalizzazione siano stati ampiamente previsti e, in gran parte, almeno finora, provocati e guidati.

Sta di fatto, però, che, negli ultimi 30 anni, la vocazione imperiale degli Stati Uniti si sia appannata e quella della Cina sia esplosa.

In sostanza, gli Stati Uniti hanno ceduto il passo alla Cina, a spese di vari popoli amici, tra cui i popoli europei, vista la diversità tra i due imperialismi e tra i bisogni e le prospettive dei due popoli, l’americano e il cinese.

Bisogna chiedersi, a questo punto, se l’appannamento americano sia stato effettivamente voluto dalle amministrazioni che si sono succedute da Bush senior a oggi, oppure se si tratti di un effetto collaterale previsto, scomodo, ma necessario, per raggiungere obiettivi più importanti delle notevoli perdite subite (di cui si è scritto in precedenti articoli su queste colonne).

Per concludere, in base alle evidenze, che almeno una parte delle amministrazioni Clinton, Bush junior e Obama ha voluto il disimpegno dalle attività espansive, che nei 50 anni precedenti hanno caratterizzato la politica estera americana, e che, a tale disimpegno, è seguita la regressione di status. A fronte di quale obiettivo conseguito? Qui le evidenze non soccorrono.

Trump ha cercato di cavalcare il disimpegno e di dare un senso all’arretramento con il motto “America first”, puntando su occupazione e ripresa economica, essendo però ben consapevole che un impero non si può chiudere nei suoi confini senza danni, che possono coinvolgere, ad esempio, il Sud America, da sempre il back garden degli Stati Uniti, e la Groenlandia, come sta accadendo.

E’ ben vero che Trump ha tentato, all’inizio del suo mandato, di negoziare con la Danimarca l’acquisto di vasti territori della Groenlandia, ma senza successo. E ora la Groenlandia è nel mirino della Cina, con ben altre prospettive di rischio oggi, che non, ad esempio, la Cuba degli anni 60, che pure portò, allora, il mondo sull’orlo della guerra calda, perché né Kennedy né Krusciov potevano perdere la faccia.

Noi europei e italiani, in particolare, abbiamo interesse a chiederci dove abbia portato la politica estera avviata da Clinton e se la prossima amministrazione democratica, in caso di vittoria di Biden, sia destinata a perseguire gli stessi obiettivi e con quali modalità.

 Non c’è ovviamente una risposta certa, immediata e invariabile, perché il grande gioco della politica estera internazionale riproduce la teoria dei giochi e il comportamento dell’uno influenza il comportamento dell’altro. Però, ci sono le linee di tendenza, che a volte partono da lontano, prima che emergano e che producano effetti consolidati.

Proveremo a diagnosticarle, estendendo l’analisi ad una parte del nostro passato nazionale, recente e meno recente.          

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