goodbye, dear UK


La Gran Bretagna ha siglato l’accordo di uscita dall’Unione Europea. Siamo alle formalità di ratifica, ma ormai è cosa fatta.

Se anche la ratifica non ci fosse, lo stato di fatto non cambierebbe. Scozzesi e gallesi non gradiscono e minacciano referendum che, nell’immediato, non si faranno. Il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord rimarrà aperto nella prospettiva di una graduale unificazione, che potrebbe essere sofferta.

Molti inglesi hanno cambiato idea sulla Brexit e vorrebbero tornare a votare, ma è troppo tardi. Ci sarebbe stato spazio per rimediare all’errore di Cameron, ma Theresa May non è stata in grado e Boris Johnson, fautore della Brexit, non ha voluto smentirsi. Purtroppo.

La Brexit in effetti piace a pochi. Si porta dietro ricordi e speranze, di giovani e meno giovani, di qua e di là dalla Manica. L’entrata ufficiale della Gran Bretagna nella Comunità Europea è avvenuta nel 1973, ma sarebbe avvenuta prima, se non fosse stato per de Gaulle. I 10 anni precedenti sono stati preparatori, quanto meno sotto il profilo culturale e sociale. Gli scambi sono stati intensi.

Londra è stata il mito della beat generation. La lingua inglese si è affermata come l’effettiva seconda lingua di milioni di giovani in tutti i paesi europei. Il British Council ha svolto una funzione egregia di integrazione culturale. Chi scrive lo può testimoniare personalmente.

 Quali sono ora gli obiettivi di Downing Street n. 10? Quale è la visione di Johnson e della Corona, che non abdica al ruolo di tutela delle tradizioni britanniche? La Gran Bretagna non ha grandi industrie, oltre a chimica, farmaceutica ed estrattiva in calo; è fortemente terziarizzata in particolare nel settore della finanza e dei servizi connessi. Ma non è più l’unica, o quasi, come un tempo. Oltre a Wall Street ci sono le piazze orientali, Cina e Singapore e non solo, e i fondi sovrani medio-orientali, in sofferenza, ma in fase di recupero. Il rischio dell’emarginazione di Londra è molto concreto. Gli stessi banchieri e finanzieri inglesi sono meno affezionati di un tempo alla British Rule, dispostissimi a ignorarla per soldi e potere personale e settoriale.

C’è l’intelligence che potrebbe darsi da fare, in parte rinnovandosi, nei modi e negli obiettivi. Ricordiamo che durante la seconda guerra mondiale gli agenti inglesi non hanno avuto veri concorrenti, oltre ad una qualificata pattuglia di agenti tedeschi, finita o diversamente impiegata con la fine del conflitto.

I servizi americani in Europa non sapevano come muoversi e, durante la guerra, hanno delegato molto a quelli inglesi, che, dopo Yalta, hanno proposto di assumere il ruolo di avamposto avanzato della Cia. Riscuotendo un “no, grazie”. Non dimenticando il diniego nemmeno 50 anni dopo, i servizi di Sua Maestà si sono presi la rivincita con il dossier Mitrokhin. Che, in effetti, è stato il canto del cigno dei servizi inglesi, messi alle corde da una Russia un po’ troppo invasiva a Londra e dintorni, da un budget ridotto e da una moltiplicazione dei protagonisti nel Vicino e Medio-Oriente, un tempo il cortile di casa della Gran Bretagna.

Cosa potrebbe offrire oggi l’intelligence britannica a quella americana? Non certo i mezzi e non più la presenza in ogni zona del mondo, Oriente compreso. La rappresentanza, forse sì, ma in circostanze speciali, senza continuità.

Insomma, Johnson ha non pochi problemi da affrontare, oltre al covid19. Non sappiamo se e come abbia festeggiato l’arrivo del nuovo anno, dopo il relativo successo della firma dell’accordo di uscita. Sappiamo, però, che, sul tavolo, ha molti dossier complicati e molte difficoltà da risolvere. E, da simpatizzanti della Gran Bretagna, non ci fa piacere.     

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