Geopolitica dei fatti quotidiani

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Gli studi di Geopolitica si sono affermati negli anni più recenti, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Prima c’era poco da studiare. Le relazioni internazionali, che sono materia di studio della Geopolitica, erano predeterminate dalla divisione del mondo in due blocchi: quello del Bene e quello del Male, a seconda del versante in cui si trovava l’osservatore.

I fattori di analisi degli esperti di Geopolitica, consistenti nelle caratteristiche fisiche, antropologiche, culturali e istituzionali dei Paesi in relazione tra loro, erano secondari, rispetto alla necessità, dell’uno e dell’altro blocco, di tenere insieme le alleanze, o i rispettivi imperi.

Negli anni 90 del secolo scorso, le necessità sono cambiate, per gli Stati Uniti e per la Russia. Non più imperi territoriali, ma poli di attrazione, non più amati, né temuti, a causa del mutamento dei fronti, ma ugualmente considerati, per la capacità di influenza e di dissuasione esercitate, con modalità e efficacia diverse, sulle zone calde del mondo: in particolare, Vicino e Medio Oriente, Nord Africa, Sud America e Oceano Pacifico.

Gli Stati Uniti hanno adottato la teoria del Caos, criticata da Kissinger, non potendo imporre, per relativa scarsità di mezzi, il proprio Ordine. La Russia (di Putin) ha ricominciato a guardare i Paesi limitrofi, una volta considerati il cortile di casa, e il Medio Oriente, come ai tempi del Grande Gioco. Che coinvolgeva Afghanistan e India del Nord come presidio ambito, in passato, da Gran Bretagna, Francia (di Napoleone) e, per l’appunto, Russia. Non tanto per timore, all’epoca, della Cina, quanto per mettere mano su ricchezze naturali e per presidiare uno dei crocevia del mondo, come ora si è rivelato drammaticamente vero.

In questo nuovo mondo globale, tutti i Paesi europei sono stati ridimensionati dall’invadenza della migrazione, del terrorismo e della competizione economica, esercitata con spregiudicatezza crescente.

L’Italia, che non è il primo Paese europeo, ma nemmeno l’ultimo, sconta la mancanza di una visione, che, nel frattempo, sarebbe dovuta maturare, e non è maturata. E, diciamola tutta, le spinte dall’interno e dall’esterno, perché la visione non maturi, continuano. Non abbiamo una ricetta da proporre. A gente (ci riferiamo al ceto dirigente del Paese, meno del 5 per cento della popolazione), che ha, a disposizione, i dati che sfuggono agli altri.

Capiamo, però, che l’osservazione di quanto accade – e non per caso – dovrebbe determinare i comportamenti di governo, a tutti i livelli. E’ quella che chiamiamo la geopolitica dei fatti quotidiani, osservati, selezionati e posti alla base delle decisioni. Sembra facile, ma non lo è.

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<> on July 30, 2018 in Washington, DC.
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