Draghi, annuncio di politica estera


Draghi ha cominciato a parlare di politica estera. Per riaffermare la solidità dei legami occidentali e per assicurare che non mancherà una robusta partecipazione italiana al consolidamento della difesa europea.

Non è entrato nei dettagli, ma è stato chiaro agli osservatori che Draghi si è rivolto sia ai cittadini italiani, sia agli interlocutori europei, a quelli leali e meno leali, per dire che gli ostacoli, pur inevitabili, dovranno essere superati.

In concreto, non ci sono alternative al processo di integrazione della difesa comune e di ristrutturazione dei rapporti con gli Stati Uniti. La politica industriale italiana deve essere rivista e corretta nella prospettiva degli obiettivi condivisi, allo stato non necessariamente perseguiti nell’ambito del piano di ripresa post -covid.

Draghi non ha annunciato un futuro di lacrime e sangue, che non sarebbe capito dagli italiani, che, intorno a sé, hanno visto per decenni i vuoti della politica, che hanno consentito a sprechi e ruberie, anche istituzionalizzate, di affermarsi. In danno degli interessi nazionali e dei ceti meno abbienti, che – come ormai è attestato anche dall’Istat – sono scivolati nella povertà, per l’insipienza del ceto dirigente.

A questo deve mettere mano il governo, prima di tutto, con la collaborazione delle forze sane (si sarebbe detto una volta) della nazione. Quali siano le forze sane è, però, già un bel problema capirlo.

Abbiamo scritto che la politica, estera in particolare, è complessa, ambivalente e invisibile, perché gli attori spesso non si vedono. Ed è anche corretto che sia così, perché i nemici interni ed esterni sono sempre in agguato. Non è una metafora.

Tuttavia, il messaggio al paese deve arrivare. Con le parole e con i fatti. Per dimostrare plasticamente che i cialtroni saranno contenuti e messi in condizione di non nuocere.  

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