Dei “ladri” hanno rubato i cavi sottomarini in Norvegia, ma c’è altro


Che i ladri fossero sempre un passo avanti è un fatto accertato. Ma chi ha “rubato” i cavi per la sorveglianza sottomarina della Norvegia?

Quello che si è consumato davanti alle coste norvegesi è qualcosa di singolare, ma fino ad un certo punto, perché le minacce (e i rischi) che coinvolgono le infrastrutture nei fondali di tutto il mondo sono diventate un centro di attenzione sia in termini di attacco che di difesa tra competitor pubblici e privati e l’evento norvegese è solo un puntino. Vediamo cosa è accaduto.

Tutto è iniziato pochi giorni fa, quando il sistema di monitoraggio Lofoten-Vesterålen (LoVe) è andato fuori uso a causa di un danno ai sensori. In realtà non era un problema solo ai sensori, ma si trattava della sparizione di ben quattro chilometri su 60 del cavo LoVe che, in funzione dal 2020, è lo schermo di controllo che permette ad Oslo di monitorare tutto ciò che succede davanti ed al largo della costa settentrionale norvegese.

LoVe è dichiarato come un sistema di monitoraggio della qualità dell’acqua per fini di controllo e sicurezza bio-marina, ma nella realtà dei fatti ha un compito ben diverso.

Infatti, i dati sono sempre filtrati dal Norwegian Defence Research Establishment – per verificare la presenza di anomalie che minano la sicurezza nazionale – e solo successivamente dagli scienziati dell’Imr per un parere ambientale, ed è per questo che la scoperta del danno riguarda la sicurezza nazionale, al punto che le autorità norvegesi sono state allertate e sono sul posto ad indagare le cause, da cui si esclude il fatto accidentale.

Le piste che gli investigatori stanno seguendo conducono verso una possibile trivellazione del fondale non dichiarata e non andata a buon fine. Ma il fantasma che aleggia intorno a tutta la vicenda è solo uno: la Russia.

Oslo ha posizionato il cavo LoVe non causalmente proprio sulla rotta artica della Flotta del Nord di Mosca ed esattamente nel punto di congiunzione tra l’area marittima sotto il controllo NATO e quella sotto il controllo della Russia, una zona denominata la barriera Giuk Gap, soggetta ultimamente a sorvoli da parte dei Tupolev Tu-60 russi (monitorati dagli Eurofighter Typhoon britannici).

Gli analisti NATO fanno anche presente che Mosca sarebbe (in realtà) in grado di svolgere attività di distruzione e “disturbo” dei cavi sottomarini.

Come primo indiziato, Oslo ha pensato alla nave-spia Yantar che proprio recentemente era stata avvistata davanti all’Irlanda creando tante agitazioni alla Royal Navy che temeva durante il passaggio della Yantar nella Manica la possibilità che questa potesse distruggere i cavi sottomarini presenti nel canale.

L’altro imputato invece è il famigerato Losharik, uno tra i pochissimi sottomarini nucleari esistenti in grado di operare a profondità bassissime (fino a 6000 metri s.l.m.)  di cui si sa pochissimo, anche perché l’intelligence navale russa ha coperto ogni attività marittima del Losharik (anche se molti ipotizzano la sua piena capacità operativa di attacco specializzata sulle infrastrutture marine).

Le fonti norvegesi dichiarano la possibilità (quasi certa) che nelle acque in cui è immerso il cavo LoVe, siano passate unità navali con transponder spento e con tecnologia stealth. Insomma, la Norvegia ha una situazione davvero contorta da chiarire.

La questione, però, riguarda tutto il mondo, Italia compresa. Come già abbiamo evidenziato con un’analisi proprio sui rischi connessi ai cavi sottomarini (Colonialismo digitale: benefici a caro prezzo), l’ecosistema attuale sta diventando sempre più fragile.

La realtà virtuale ha ben poco di virtuale, il mondo digitalizzato ed “in cloud” non è tra le nuvole, ma è tutto fisicamente contenuto in questi cavi, che stringono ed avvolgono tutto il globo ed il pulsante di accensione non è custodito dal’ONU o qualche Stato leader, ma da una corporate, un’impresa, che prima dei nostri diritti e tutele mette i suoi interessi economici (giustamente) senza che alcune legge o norma che possa ostacolare o ridimensionare questo assetto.

L’unica strada sarà una cooperazione di pari livello tra imprese e Stati, anche perché le vulnerabilità su tali infrastrutture marine (e terrestri) sono molto precarie anche da un punto di vista fisico e non solo cyber.

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