Corea del Nord, Cina e Russia: prospettive post crisi

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Le tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord si sono allentate (come era inevitabile) e i rapporti tra Stati Uniti e Cina non si sono inaspriti. Anzi, la Cina ha lanciato immediati segnali di distensione nel bel mezzo della crisi agostana. Non è finita, ovviamente, perché la politica non finisce mai (diversamente da quello che ha pensato Fukuyama dopo la caduta del Muro con la sua teoria sulla “fine della storia”).

Ci saranno altri momenti di tensione e potranno esserci decisioni tattiche dell’uno o dell’altro Paese, incoerenti, apparentemente, con l’enorme divario di potenza militare e di prospettive politiche. Chiuse, nel lungo termine, al mantenimento dello status quo, cioè alle due Coree, l’una ricca e industrializzata (a fini di consumo), l’altra povera e diversamente industrializzata (a fini bellici). Entrambi i popoli si sentono fratelli ed è ancora vivo il ricordo della marcia olimpica, mano nella mano, degli atleti dei due Paesi. Ma il ceto dirigente della Corea del Nord non la pensa così, ovviamente. E non la pensano esattamente così né la Cina, né gli Stessi Stati Uniti. Che da un intervento politico – militare sulla fascia del 38° parallelo si aspettano un vantaggio nel rapporto potenzialmente conflittuale con la Cina.

Il punto dello scacchiere asiatico, nel quale la Cina ha enormemente aumentato la sua influenza militare negli ultimi dieci anni, è la previsione di assenza di un confronto, diretto e indiretto, idoneo a determinare condizioni di trattativa politica, sia locale, sia, soprattutto, globale. La Cina è consapevole che ci sono tutte le condizioni perché possa aumentare nei prossimi anni la propria influenza globale, purché non inquieti troppo gli Stati Uniti, impoveriti da decenni di consumi e di investimenti dedicati al mantenimento della propria potenza militare e, in particolare, al confronto (vittorioso, ma a costi molto elevati) con l’Unione Sovietica.

La Russia di Putin subisce, allo stato, l’impegno in Medio – Oriente, che limita non poco le sue mire di ripresa e di espansione, non solo territoriale. Ma anche se l’impegno è un diversivo, destinato a risolversi nel giro di qualche anno, nel frattempo, sic stantibus rebus, soltanto la Cina potrà beneficiare dalla (relativa) debolezza americana e dalla distrazione russa. Quindi lo scacchiere asiatico tende a confondersi, se non a sovrapporsi, con lo scacchiere internazionale, dove i protagonisti di secondo piano sono numerosi e agguerriti. Tra questi ultimi ci sono quelli che vogliono affermarsi con le atrocità o con la politica delle alleanze economiche o con l’attività di servizio in favore di una grande potenza.

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