Contro il terrore politiche estere, informative, militari


L’attacco della Basilica di Notre Dame a Nizza ha incrinato la fiducia del governo francese nel governo italiano e, quel che è peggio, ha compromesso l’impegno di tessitura delle agenzie di intelligence.

Perché è nota e sperimentata la presenza dell’intelligence italiana in Nord Africa e l’attacco del tunisino profugo in Italia è incompatibile con le capacità di informazione e di deterrenza esercitata dagli agenti sul campo.

L’attentato di Vienna alimenta i conflitti tra le cancellerie, invece di attenuarli. Perché si comincia a capire che, rispetto al fenomeno islamista, i governi europei sono più distanti di quanto possa sembrare.

Souad Sbai sostiene che l’Italia finora se l’è cavata perché è la porta di ingresso dei terroristi, che fanno affari in Italia – non gli esecutori materiali – e portano altrove gli attacchi mortali. In Francia e in Austria la cabina di regia del terrore fa meno affari e i paesi diventano terreno di scontro.

 C’è l’Islam moderato e c’è l’Islam del terrore, ma finché l’Islam moderato continuerà a credere che i mussulmani sono superiori a cristiani ed ebrei, che l’uomo è superiore alla donna e l’emirato è superiore alla democrazia costituzionale, ci sarà margine per l’arruolamento.

 Come si può cominciare ad arginare la campagna del terrore, che, senza interventi radicali, è destinata a crescere? Non ci sono formule salvifiche, ma politiche estere, informative, militari. I governi dei paesi fondatori dell’Unione Europea devono ritrovare la condivisione delle informazioni, delle scelte e dell’azione.

Non sarà semplice, né immediato. Le tradizioni europee di civiltà, svilite da troppo tempo, dovranno essere riscoperte. E i politici dovranno ricominciare a guadagnarsi la fiducia dei cittadini. Perduta, in Italia, da 30 anni, almeno. C’è molto da fare. Ma è l’unica strada che si può percorrere per domare il terrore.     

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