Cina ai margini della comunità internazionale


La Cina rischia di uscire, a ragione, dal consesso della comunità internazionale, che si dà regole e le osserva. Le precedenti epidemie – due in pochissimi anni – le sono state perdonate. Questa epidemia in atto della nuova forma di coronavirus, che potrebbe trasformarsi in pandemia, le viene legittimamente contestata, dagli Stati e dalle popolazioni, che più avevano confidato in una Cina moderna, almeno nei rapporti internazionali.

La mancanza di informazione precoce della nuova infezione, a 4 anni di distanza dalla precedente, è stata un errore politico imperdonabile, prima che sanitario. Non accadrà nulla ai vertici del partito, che domina la scena politica interna, mentre sono in corso le purghe dimostrative dei funzionari locali del partito. Ricordiamo che la riorganizzazione mondiale del commercio, negli anni 90, ha avvantaggiato straordinariamente la Cina, rispetto a tutti i Paesi in via di sviluppo o  appena sviluppati, nell’area asiatica e altrove. La leadership europea si è sintonizzata sugli interessi cinesi. L’Italia sta favorendo il progetto cinese della Nuova Via della Seta, in realtà una nuova modalità di occupazione economica e territoriale dell’Europa e dell’Africa.

All’aeroporto di Addis Abeba, a tutti gli effetti l’hub africano, ogni giorno sbarcano migliaia di tecnici cinesi, che da lì raggiungono le loro destinazioni africane. Le produzioni minerarie locali fanno il percorso inverso. Gli economisti occidentali hanno attribuito al successo cinese almeno una parte della crisi, che da oltre 10 anni inquieta l’Europa e gli Stati Uniti. Tremonti ha parlato della bistecca passata dalla bocca occidentale a quella cinese. Noi, molto più modestamente, avevamo previsto che la Cina, violando gli equilibri della natura, che fanno parte della sua stessa tradizione culturale, sarebbe passata dalla fase di sviluppo a quella di decrescita.

 

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