Accade in America


Joe Biden è il nuovo inquilino della Casa Bianca. Donald Trump si è trasferito in Florida. Le polemiche del dopo voto e soprattutto l’assalto a Capitolo Hill continuano ad occupare le pagine dei giornali di mezzo mondo. L’altra metà ha altro a cui pensare.

I manifestanti più facinorosi (come si diceva una volta) sono stati identificati e qualcuno è stato tradotto in carcere. Possiamo immaginare che non siano mancati gli interrogatori e che ci siano indagini in corso per stabilire la vastità del reticolo ribellistico e la causa del disservizio di protezione del Senato occupato dai manifestanti.

Contemporaneamente è scattata la macchina della propaganda. Per cui i manifestanti sono stati tacciati di fascismo, che magari i loro padri e nonni hanno combattuto nella versione originale, e di ignoranza (in senso proprio, Alan Friedman ha detto che sono bifolchi) e su Trump grava l’ombra dell’impeachment. Anche i sondaggi sono cambiati in pochi giorni.

La notizia dell’ultima ora vuole che i sostenitori di Trump o del Partito Repubblicano – non è chiaro – siano il 29 per cento della popolazione, per cui gli Stati Uniti non sarebbero spaccati in due. Ma in due terzi da una parte e in un terzo dall’altra.

A prescindere da tutto, dai numeri e dall’accusa di fascismo, che ovviamente è del tutto fuori luogo, il dato reale riguarda il malcontento di una gran parte del popolo americano che in Trump aveva trovato rappresentanza e tutela, visto che i numeri dell’economia si erano invertiti nel giro di un paio di anni e che, senza covid19, i pronostici della rielezione di The Donald erano largamente accreditati.

Per dire che l’inversione così rapida dell’economia americana si spiega soltanto con l’incapacità delle amministrazioni precedenti, più che con la capacità dell’amministrazione Trump. A cui è bastato evidentemente rimuovere una parte degli ostacoli frapposti allo sviluppo e alla distribuzione per avere successo.

In sostanza, la saldatura tra finanza e industria, negli Stati Uniti, non è consolidata, è appesa agli eventi e al controllo dell’informazione. Che, infatti, è scattata in avanti, oscurando, tra mille polemiche, Trump e i suoi followers. Non è un bell’andazzo.

L’assalto a Capitol Hill ha suscitato sorpresa, curiosità, financo una giustificata ilarità tra gli hacker cinesi, che hanno scritto di “primavera americana”, con riferimento alle primavere arabe di 10 anni fa.

Il controllo dell’informazione è, però, molto più preoccupante. Quello sì, è un fenomeno di censura fascista (anche se noi preferiamo dire totalitaria, ritenendo il termine “fascista” abusato oltre ogni limite). Aziende private sostanzialmente monopoliste e verticistiche decidono se il presidente degli Stati Uniti può divulgare le sue idee. Figuriamoci cosa può accadere – ed accade – ai cittadini meno provvisti di tutele, in America, così come in Italia. Dove già una certa stampa di regime (copyright dell’indimenticato Massimo Bordin) controlla i destini della comunità nazionale.          

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