11 settembre, venti anni dopo


L’11 settembre è una data infausta per gli Stati Uniti e per l’occidente intero. E tale rimarrà a lungo, se non per sempre. Ma non vogliamo fare l’ennesima commemorazione.

Vogliamo ragionare sugli esiti dell’attentato, che ha segnato una nuova stagione del terrorismo e delle guerre a bassa intensità in tutto il mondo. Da cui, secondo noi, gli Stati Uniti non sono usciti bene. Anzi, non sono usciti affatto.

E, da quello che si vede, non sembra che le amministrazioni Trump e Biden abbiano messo mano all’inversione di tendenza. Di quella tendenza avviata (involontariamente, riteniamo) da Clinton e perseguita da Obama, nota come globalizzazione del commercio e, come si è visto, del terrore.

Gli Stati Uniti hanno sbagliato tutti i calcoli. Analisi e previsioni, malgrado l’enorme volume di informazioni e la potenza dei computer in dotazione ai tanti centri studi e uffici di governo, si sono dimostrate fallaci. O, peggio ancora, hanno sbagliato gli uomini a valutare i risultati degli output militari e civili.

Con la finanziarizzazione dell’economia, la Cina e gli altri competitor mondiali degli Stati Uniti hanno soltanto guadagnato, a discapito dell’Europa, che è complessivamente alleato leale e che si potrebbe impegnare di più, ma ne ha le potenzialità.

In Europa, finora hanno funzionato poco le teste al comando. E funzionano poco gli strumenti di controllo delle teste, su cui gli Stati Uniti avrebbero motivo di intervenire. In vari modi. Tramite i canali convenzionali vecchi e nuovi. Comunque, combattendo l’inazione.  

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