di Nuovo M.i.l.l.e. | pubblicato il 17 ottobre 2011 | in Featured
La politica è in crisi, il sistema economico è in crisi, la società italiana è in crisi, perché il ceto dirigente investito delle funzioni vitali per il funzionamento del modello liberale adottato dalla costituzione della repubblica e dai trattati europei è complessivamente supponente, gretto e inadeguato e i cittadini, disinformati, sono rassegnati a subire l’inapplicazione e le distorsioni del modello.
Alle radici del male si trova la partitocrazia che ha contagiato i gangli vitali della società ed ha irretito il sistema della comunicazione. I giornali, schierati, hanno abdicato alla denuncia delle incrostazioni di sistema che limitano le libertà personali e impediscono la realizzazione dell’ordinamento economico. La cooptazione governa le relazioni politiche, sociali ed economiche a discapito delle ragioni del merito.
Il circuito del male sembra inespugnabile, destinato ad alimentare le incrostazioni e il disordine sociale. Ma i cittadini possono e devono reagire anche personalmente, allertando le istituzioni e reclamando la concretizzazione dell’ordinamento, in virtù del precetto costituzionale della sussidiarietà, che sollecita “stato, regioni, città metropolitane, province e comuni a favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118).
Il Nuovo M.i.l.l.e. ha eletto il principio a modello di partecipazione e rivolge le denunce di sistema alle istituzioni, ai cittadini, alla stampa silente, con le capacità e la continuità consentite dall’impegno volontario degli aderenti. L’efficacia delle denunce è rimessa all’attenzione e all’adeguatezza delle istituzioni competenti.
Il Nuovo M.i.l.l.e. ha tempestivamente denunciato negli articoli e nelle sollecitazioni rivolte alle istituzioni, indicandone le cause, gli effetti e i profili di interesse generale: 1. l’insidia strisciante della legge sulla cartolarizzazione dei titoli di credito; 2. il difetto di tutela del diritto di credito di lavoro; 3. la fragilità della società economica deindustrializzata, pretestuosamente definita postindustriale; 4. la ridondanza e gli sprechi di tante società per azioni a controllo pubblico territoriale; 5. il difetto di trasparenza della pubblica amministrazione con particolare riguardo ai cosiddetti tavoli di crisi affidati al ministero delle attività produttive; 6. la generale disattenzione per gli illeciti concorrenziali che non di rado celano, ma in effetti tradiscono, illeciti penali; 7. il ricorrente illecito impiego delle risorse da parte dei partiti; 8. l’affievolimento del ruolo di contropotere della stampa a discapito della tutela di interessi diffusi; 9. i disastri economici e finanziari provocati da operazioni a leva finanziaria illecite, non perseguite a norma di legge; 10. lo scadimento del dibattito pubblico affidato dai mezzi di comunicazione ad una oligarchia modesta, frusta e disattenta, ma molto impegnata nel perseguimento di interessi particolari e personali.
Commenti (1)


Da iscritto (coscritto e costretto) ad un ordine professionale da oltre trentacinque anni, a proposito di liberalizzazioni e di illeciti concorrenziali, ritengo che per esercitare la professione non sussista alcun motivo per mantenere ancora in piedi questa vetusta organizzazione (creata dal fascismo per escludere gli ebrei dalle libere professioni). E chi scrive non è di quella religione.
Penso invece che gli ordini rappresentino comodi strumenti utili soltanto per la professione di coloro che dall’interno li “amministrano”: nelle cariche di presidenti, vice presidenti, consiglieri, consulenti, membri di commissioni, ecc. Rappresentando, di fatto, i veri primi concorrenti (per la visibilità di cui godono e non solo) di coloro che sono obbligati all’iscrizione per poter svolgere “liberamente” l’attività professionale.
Speriamo che l’antitrust ne prenda finalmente debito atto, facendo amministrare tali organismi (se proprio debbono essere mantenuti a vita e non soppressi come enti inutili o “utili” solo per le lobyy che li governano dall’interno) da tecnici esterni, assunti con pubblico bando, che non esercitano la professione dell’ordine presso il quale svolgono l’attività, onde evitare forme di concorrenza sleale e surrettizia nei confronti della maggioranza degli iscritti. Volete una prova, con un esempio lampante di concorrenza? Se il presidente del mio ordine (20.000 iscritti) chiede appuntamento urgente col sindaco della mia città viene ricevuto immediatamente. Se la stessa cosa la faccio io, manco mi rispondono.
E noi iscritti, non interni alla gestione dell’ordine, siamo costretti a mantenere i nostri diretti concorrenti!
Cari saluti