di Nuovo M.i.l.l.e. | pubblicato il 13 dicembre 2011 | in Economia, Giustizia, Società
La previsione che le società professionali si aprano a soci di mero capitale, smarrendo la vocazione esclusiva dell’impegno personale e intellettuale radicata nell’ordinamento giuridico, nella tradizione forense e nelle coscienze di generazioni di avvocati, potrebbe concretizzarsi a breve, se il legislatore non dovesse ravvedersi.
Il tema dell’indipendenza dell’avvocatura è stato molto ben trattato sul Sole 24 Ore da Franzo Grande Stevens, che ha posto in rilievo anche il profilo di valenza costituzionale attribuito dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo al segreto professionale, del tutto incompatibile con gli effetti dirompenti della partecipazione di capitale. Altri rilievi possono concernere quanto meno l’esigenza di previa sistemazione di numerose ed articolate disposizioni dell’ordinamento, informato alla prevalenza essenziale del profilo intellettuale della prestazione d’opera professionale e alla relativa inconsistenza del fattore capitale.
Ma, in particolare, il mercato di appartenenza specifica delle professioni liberali propone una incompatibilità di genere tra capitale e intelletto, posto che la domanda del servizio professionale concerne la prestazione intellettuale e non prevede la remunerazione del capitale, salvo mistificazioni dell’una in favore dell’altro favorite dal connubio perverso provocato dalla norma introduttiva.
Il socio di capitale dello studio professionale sarà l’ennesimo fattore distorsivo dell’attività economica dovuto all’incompetenza del legislatore e alla disattenzione dell’autorità antitrust, dalla quale ancora non si levano voci di segno contrario. Dai sostenitori del fattore capitale viene agitata una pretesa democrazia del denaro atta a calmierare il mercato di riferimento e ad offrire opportunità ai giovani professionisti. Fermo restando il rilievo assorbente dell’incompatibilità di genere tra remunerazione delle facoltà intellettuali e rendimento di capitale nel mercato di riferimento dei servizi professionali, il denaro non è fattore di perequazione di domanda e offerta delle prestazioni, proponendosi piuttosto quale strumento di speculazione (non intellettuale).
Il mercato dei servizi professionali soffre da sempre delle distorsioni dovute al controllo illiberale e antieconomico della domanda, non di certo al difetto di offerta dei servizi. Su questo controllo, che costituisce remora dello sviluppo, sono richiesti gli interventi virtuosi e regolatori delle istituzioni.
Commenti (2)


Tra le c.d. liberalizzazioni che dovrebbero (addirittura) sollevare il Paese dalla crisi è stata prevista l’introduzione delle società professionali c.d. miste (ovvero aperte alla possibile presenza anche di soci non professionisti) ed addirittura con capitale prevalente dei soci non professionisti.
L’articolo rispetto al quale intervengo ha perfettamente evidenziato con lucidità l’assurdità della previsione rispetto alla concezione millenaria che ha improntato il nostro ordinamento (e quelli c.d. di civil law) ed il nostro viver civile rispetto alle c.d. professioni intellettuali; mi permetto però di evidenziare anche altri tre profili critici.
1. In primis, nell’attuale desolante panorama della Giustizia nostrana, appare difficile anche solo ipotizzare che soggetti sani di mente possano decidere di investire i propri capitali e, dunque, prevedibilmente, coloro che lo faranno investiranno capitali di almeno dubbia provenienza.
2. L’altro profilo che mi preoccupa è quello relativo alle possibilità elusive rispetto agli obblighi di contribuire alle casse di previdenza. Infatti, il socio di capitale non verserà un euro di contributi previdenziali alla cassa forense ed anche il professionista non verserà un euro di contribuzione sugli utili societari, ma verserà solo e soltanto (bontà sua!) sui redditi derivanti dall’attività professionale eventualmente da lui prestata in favore della società. Se questo è un sistema escogitato per impedire alle Casse di mantenere la stabilità prevista per legge per poi farle “pappare” dall’INPS, mi pare che o scopo sarà raggiunto agevolmente.
3. Infine, segnalo la singolare posizione del professionista socio di minoranza il quale risponde (lui solo!) deontologicamente rispetto all’Ordine, laddove la politica societaria è “eterodiretta” dal socio di maggioranza che non risponde a nessuno e che è tenuto al mero rispetto del codice civile.
Non resta perciò che sperare che Istituzioni forensi rinnovate, sappiano difendere meglio i diritti e gli interessi dei cittadini/assistiti e degli stessi loro iscritti per evitare al governo ed al legislatore di proseguire nella “caccia alle streghe” contro i professionisti per mascherare i reali problemi del Paese.
Avv. Antonino Galletti
candidato al consiglio dell’Ordine di Roma
delegato OUA di Roma
L’avvocato Antonino Galletti, impegnato con risultati lusinghieri in varie questioni di interesse del ceto forense e dell’ordine di Roma in particolare, ha colto (finora unico tra le varie centinaia di avvocati che visitano il giornale on line Nuovo M.i.l.l.e. e le varie migliaia informate dell’attività di divulgazione) gli spunti offerti dalle analisi della redazione, per rilevare profili di interesse e di diritto ancora inesplorati, ignorati dalla politica e, quindi, a maggior ragione meritevoli di approfondimento e prospettazione, oltre che al legislatore, al consiglio nazionale forense, agli ordini, alla cassa avvocati e all’inps. La redazione ringrazia l’avvocato Galletti per il suo prezioso contributo.