Why they do it, Perché lo fanno

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Eugene Soltes, professore dell’Harvard Business School, ha scritto qualche mese fa, dopo anni di studio e di materiale raccolto sul campo, un libro di grande interesse e di attualità: “Why they do it (Perché lo fanno)”, una ricerca documentata da numerose interviste  in tema di criminalità economica e finanziaria. L’autore ha osservato che gran parte dei white collar criminal condannati negli ultimi anni negli Stati Uniti per reati connessi all’attività finanziaria era perfettamente inserita nell’establishment,  spesso godeva di patrimoni e redditi significativi e non è ricorsa al crimine per la soddisfazione di bisogni personali o per rivalsa sociale, quanto piuttosto per la mancanza di consapevolezza delle implicazioni sociali e del danno provocato, spesso a carico di persone sconosciute.

Nessuno dei numerosi finanzieri e professionisti, intervistati da Soltes in prigione, avrebbe mai aggredito qualcuno in un parcheggio per derubarlo e non avrebbe esitato a esprimere con sincerità un giudizio  morale negativo sull’autore di un siffatto reato. I personaggi del libro sono descritti, in altri termini, come persone “normali” che in circostanze particolari della vita, magari senza trarne vantaggio personale, hanno ceduto ad una inclinazione del momento senza riflettere sugli effetti del loro comportamento. Non emerge, in sostanza, dalla ricerca di Soltes, un tipo criminale, proveniente da un background sociale di ristrettezze e di ignoranza, del quale si possa tracciare un profilo utile a fini di repressione o di prevenzione.

Pur riservandoci di approfondire la complessa materia, che in Italia riguarda casi di grande notorietà tuttora impuniti, riteniamo che il denominatore comune dei casi trattati nel libro si possa identificare nella manifestazione di potere personale applicato alla circostanza, talvolta per favorire altri, non sé stessi (è il caso dell’ insider trading privo di ricadute a vantaggio dell’informatore). Non emergono dalla ricerca casi di collusione di sistema, di apparati pubblici o privati che si sono strutturati per concorrere alla progettazione del crimine a fini di denaro e di potere. In Italia l’osservazione del fenomeno diffuso della corruzione, che ha assunto dimensioni sistemiche, conduce a conclusioni diverse.

Giuseppe Pignatone, Procuratore della Repubblica di Roma, ha definito la corruzione, in una recente intervista, la commissione di “reati contro la pubblica amministrazione, l’economia e le frodi fiscali, un fenomeno ampiamente diffuso che provoca gravi distorsioni sulla libera concorrenza, penalizza il sistema economico e crea effetti gravemente dannosi sui costi, sui servizi e sull’esecuzione delle opere pubbliche”. E’ evidente che questo sistema perverso, acutamente descritto da Pignatone, si riflette con effetti devastanti sulle economie professionali e imprenditoriali non assistite, sulla finanza pubblica centrale e territoriale e, direttamente o indirettamente, sul risparmio. Soltanto i casi più recenti e più eclatanti hanno prodotto perdite di decine di miliardi, non sanzionate, né recuperate, in danno del risparmio.

C’è il rischio concreto che il sistema non tenga. Dice Davigo nel suo dialogo con Colombo (“La tua giustizia non è la mia”, Longanesi, di cui consigliamo la lettura): “Se andiamo a vedere come nasce storicamente la giustizia statale, ci accorgiamo che essa nasce come pace del re, come fine dell’anarchia feudale. <Mettete via le spade, sarò io a fare giustizia>. Ma se il re non provvede, l’individuo rimette mano alla spada”. Ci chiediamo: e se il re non provvede perché trae un personale vantaggio dalla situazione? Il discorso si complica e richiede spazio e dibattito. Possiamo concludere, al momento, che in Italia il libro di Soltes non potrebbe essere scritto per carenza di grandi protagonisti del crimine in colletti bianchi ristretti nelle patrie galere (e, se pure ce ne fossero, non concederebbero interviste).

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