Tria invoca Bretton Woods


Giovanni Tria, ministro dell’Economia nel precedente governo, ha scritto per il Sole 24 Ore un interessante articolo di politica economica (“Debito, flussi e catene globali: serve una nuova Bretton Woods”), che offre vari spunti di dibattito sulle prospettive italiane nel contesto europeo e mondiale.

Lo commentiamo brevemente, partendo dalla conclusione di Tria: “è necessario avere consapevolezza di come evolve il mondo per stare in Europa in modo consapevole”.

Nelle premesse, Tria descrive il confronto commerciale globale in atto “che rischia di evolvere in conflitto finanziario e monetario” e il sostanziale fallimento della cooperazione economica internazionale precedente alla pandemia, ma sostiene che la “ritirata” dalla globalizzazione sia una “prospettiva devastante e potenzialmente pericolosa per il possibile deterioramento delle relazioni tra Paesi”. Il rimedio alla furia della globalizzazione potrebbe essere una nuova Bretton Woods.

Con il rispetto dovuto alla competenza di Tria e dell’economista da lui citato nell’articolo, Mario Baldassarri, che ha scritto in merito alle previsioni sulla ripresa italiana pubblicate dalla Banca d’Italia, subordinate alla ripresa del commercio internazionale, dissentiamo che il modello di Bretton Woods possa essere replicato, a causa di un’assoluta diversità di contesto.

Allora Stati Uniti e Inghilterra, i due protagonisti della conferenza, volevano stabilità e cooperazione. Proposero ricette diverse, presentate da Keynes per l’Inghilterra e da White per gli Stati Uniti. Prevalse la proposta di White, malgrado Keynes fosse un economista più prestigioso. Gli altri paesi partecipanti, numerosi ma silenti, svolsero un ruolo di corifei dell’accordo, che, malgrado tutto, è durato poco più di 25 anni.

Oggi, Cina e Stati Uniti non fingono nemmeno di aprire un tavolo di trattative, se non eventualmente sulla testa del resto del mondo, Europa in primis. La Germania ha fatto questa analisi e ha spinto per la sottoscrizione del recente accordo europeo sugli investimenti con la Cina, per avere lo sbocco del proprio surplus che l’Europa non può assorbire. Durerà? Riteniamo di no.

L’accordo serve alla Germania per negoziare, anche con gli Stati Uniti, e alla Merkel per avviarsi dignitosamente alla conclusione del suo percorso politico.

Nel frattempo, l’Italia che fa? Niente. In questo, condividiamo la preoccupazione di Tria. Ma la soluzione del problema italiano non si trova direttamente a Bruxelles o a Francoforte. E’ molto più vicina. Va trovata tra Palazzo Chigi, Quirinale e Palazzo Koch (la sede della Banca d’Italia, per chi non abbia dimestichezza con i palazzi romani).       

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