Tim, Genish el tanguero

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Amos Genish, israeliano, amministratore di Tim, ha criticato, scusandosi subito dopo, il Consiglio di Amministrazione rivoluzionato dal cambiamento degli equilibri interni alle partecipazioni (Vivendi, Elliott, Cassa Depositi e Prestiti – Cdp, azionisti piccoli, ma agguerriti, riuniti nell’associazione Asati) e ha proposto un giro di tango a Open Fiber, che attrarrebbe volentieri nella sfera di influenza di Tim. Ma Open Fiber non balla il tango, almeno per adesso.

E’ anomalia del tutto italiana, che la società delle telecomunicazioni, strategica per intuizione e trattata come tale, ad esclusione di controlli esterni, da tutti i grandi Paesi, tra cui Stati Uniti e Cina, depositaria di dati sensibili, artefice delle procedure di intercettazione, capitalizzi ben poco in Borsa e quindi sia esposta agli appetiti dei raiders. Ma è ancor più sconcertante, se possibile, che la società sia controllata da società estere e sia gestita da un cittadino straniero, in polemica, tra l’altro, con il Consiglio di Amministrazione. Noi vorremmo che al centro del dibattito sulla prospettiva della rete, ci sia l’interesse nazionale della sicurezza. Ma così non è.

Ricordiamo che, anni fa, durante la gestione di Tronchetti Provera, ci sono state indagini sul trafugamento di dati e notizie che non hanno reso onore alla sicurezza della rete. Anche i recenti arresti di personale della Polizia di Stato riguardano il commercio di dati raccolti tramite intercettazioni, consentendo la riflessione che la materia non concerne tanto, o soltanto, la privacy, che comunque deve essere protetta, ma questioni di sicurezza dei cittadini e dello Stato.

Quindi, siccome la protezione del cosiddetto Golden Power ha mostrato le corde, è evidente che il controllo sulla rete, attuale e futura, deve essere garantito altrimenti, e non soltanto da Grida manzoniane, che incutono timore alle persone per bene e sollazzano i malfattori.

 

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