SAIPEM diventa il pioniere mondiale dei droni sottomarini


FlatFish e Hydrone, SAIPEM lancia così i primi droni sommergibili completamente autonomi. A differenze dei droni subacquei attualmente in uso in tutto il mondo (simili a dei siluri o connessi con dei cavi ottici detti “guinzagli”) ed estremamente limitati nei comandi, i droni presentati da SAIPEM possono fare quasi tutto.

FlatFish e Hydrone sono molto simili tra loro ed avranno una missione molto importante: proteggere, monitorare ed aggiustare le reti subacquee delle pipeline (ma anche dei delicatissimi cavi ottici che connettono il mondo).

Sono grandi come una Fiat 500 ma molto più agili ed hanno un motore elettrico più performante e duraturo di una Tesla, con una capacità di immersione fino a 3000 metri ed un’autonomia di 48h.

Ma c’è di più. L’innovazione più importante risiede nella loro capacità di essere connessi tramite wireless ed agire in via autonoma, senza necessità di un pilota che costantemente li guidi, grazie ai numerosissimi sensori che li compongono. Quindi niente “guinzaglio” per comandarli. Tra le varie capacità rientrano anche quelle di chiusura delle valvole di sicurezza ed operatività in fasi emergenziali di livello critico.

Al momento non ci sono altri droni di questo tipo e SAIPEM può dire di essere il pioniere per eccellenza nello sviluppo sottomarino infrastrutturale.

In questi due droni c’è molta Italia innovativa, poiché a dare una mano a SAIPEM è intervenuta anche una startup dell’Università La Sapienza di Roma (WSense), che ha avuto il delicato compito di sviluppare un sistema che va ben oltre i modem ottici e acustici creando un modem ad uso ibrido che gestisce i flussi da trasmettere su diversi puntatori di comunicazione, in modo dinamico, in base alle condizioni del canale e alle necessità applicative, arrivando al punto di parlare di Internet of Underwater Things (IoUT).

In questo modo le infrastrutture posizionate ad ogni profondità verranno predisposte con sensori “intelligenti”, capaci di comunicare via wireless con i droni subacquei (un’architettura simile agli hot-spot nelle nostre città).

E come si ricaricano i nuovi droni di SAIPEM durante i 12 mesi di autonomia lavorativa? Tramite delle piattaforme di ricarica connesse ad una nave o ad una boa, il tutto in modo automatico ed autogestito.

Probabilmente, il passo successivo sarà l’implementazione dell’intelligenza artificiale, che garantirà, in via definitiva, non solo l’autonomia operativa, ma anche decisionale durante gli interventi.

Dal punto di vista security, però, questi droni ancora non sono stati dotati di tecnologie atte a prevenire attacchi dolosi sulle reti. Ma è fortemente intuibile che, al pari dei droni APR, la tecnologia per neutralizzare minacce e rischi esterni sarà presto implementata, soprattutto per proteggere i tratti infrastrutturali sottomarini più importanti.

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