Il sacrificio fiscale non è per tutti

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Pace fiscale, annuncia la maggioranza. No, condono, obietta l’opposizione. E’ curiosamente uno dei temi più dibattuti del confronto politico e giornalistico, come se il titolo di un provvedimento potesse influenzare l’articolato normativo, cioè la sostanza della legge. Ed è dibattuto in stretta relazione al tema, datato, dell’evasione fiscale, entità vagamente misteriosa di ogni legge di bilancio.

L’esperienza ha dimostrato che le velleità esattive hanno sempre superato le concrete possibilità di esazione fiscale. E, infatti, i conti pubblici si trascinano un teorico credito fiscale di centinaia di miliardi, che non sarà mai incassato. La pace fiscale (o il condono, che dir si voglia) servirà a incassare soldi veri e a pulire i conti dello Stato, consentendo ai contribuenti onerati dal debito, ma incapaci di soddisfarlo, di ricominciare a vivere.

La principale obiezione alla legge, però, non è lessicale, è sostanziale, e viene agitata, di solito, dai grandi redditieri, che hanno sempre pagato le tasse (o sostengono di averlo sempre fatto) e avvertono l’ingiustizia sociale (e morale) che gli evasori, a prescindere dalle loro caratteristiche personali, siano condonati. Il principio è indiscutibile. C’è una legge, deve essere rispettata. La pratica, però, è molto diversa, e richiede una breve riflessione sulle disfunzioni di sistema che hanno alimentato, nel settore pubblico o tramite le “provvidenze” del settore pubblico, i grandi redditi, sottraendoli, di fatto, ad un altro principio fondamentale di scienza delle finanze, il sacrificio fiscale.

La concentrazione della spesa nella mano pubblica e il ricorso al debito pubblico hanno dato vita a redditi inusitati e ingiustificati, nello Stato e nelle aziende pubbliche, una volta note come Parastato, che si distinguono per l’incoerenza con i fondamentali dell’economia. L’IRI era indebitata e in perdita, i dirigenti erano strapagati. Lo scandalo è proseguito con le pensioni d’oro, del tutto incongrue con i contributi effettivamente pagati, dando luogo, in effetti, a privilegi di stampo feudale, dovuti alla logica dell’appartenenza, piuttosto che al merito. L’esempio si può moltiplicare per il fattore enne.

E’ così saltata la parità di trattamento tra contribuenti. E’ evidente che il percettore del reddito di 500 mila euro, o più, tra l’altro non esattamente meritato, non avverte il sacrificio fiscale del percettore di 100 o 50 mila euro, con buona pace del principio di progressione contributiva. La materia del contributo personale, tramite le tasse, alla convivenza pacifica è più complessa di quanto sembri. Lo diciamo a quelli che non ce la fanno ad andare avanti e ai percettori di grandi redditi, che non hanno meritato, ma che amano pontificare dalle televisioni e dai giornali.

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