Reshoring, autarchia 2.0 e modelli economici efficienti


Per sopperire alla crisi mondiale instaurata dal covid e dalla guerra tra Russia ed Ucraina, la via di salvezza è il reshoring, ovvero un’autarchia 2.0, dinamica ed aperta anche verso l’estero.

Pandemia e guerra hanno tagliato di netto le catene di approvvigionamento dei materiali per ogni settore, dal manifatturiero al tech, fino all’informatica. Questo non vuol dire che le imprese italiane non avranno più siti produttivi all’estero, ma, al contrario, ogni singola fabbirca inizierà a prediligere una catena di approvvigionamento “corta”, favorendo l’acquisizione dei materiali direttamente nelle località più vicine al sito di produzione.

Un andamento confermato anche da Bussolati, CEO di SDF, tra le principali aziende mondiali nella meccanizzazione agricola, che ha evidenziato come “fino a due anni fa pensavamo che un paese non potesse fermarsi e che i trasporti fossero una commodity. Abbiamo scoperto, in entrambi i casi, che non è più così”.

La stessa SDF, ad esempio, ha siti produttivi in India e Turchia, impianti che in passato venivano riforniti di componenti in arrivo da altri Paesi, come l’Italia. Adesso, invece, ha avviato un piano di coordinamento per cui ogni stabilimento sarà reso sempre più autonomo con l’approvvigionamento della supply-chain direttamente in loco.

Alcuni vedono il reshoring come la morte della globalizzazione, ma – molto probabilmente – è semplice riposizionamento degli interessi, in quanto gli scambi continueranno senza sosta, seguendo dinamiche differenti.

Anche McKinsey, ha rilevato che su un gruppo di qualche cintinaia di multinazionali, quasi il 90% ha intenzione di modificare la propria catena di approvvigionamento, al fine di renderla performante e resistente agli eventi negativi che il futuro può riservare.

Gli esperti ritengono che un ruolo cruciale è rappresentato dalle stampanti 3D, che consentono di stampare direttamente in fabbrica i componenti necessari al funzionamento della struttura.

Intesa Sanpaolo (Fabrizio Guelpa, responsabile ufficio Industry) ha riferito al Sole24Ore che “La sensazione è che le aziende cerchino in Italia altre soluzioni dopo aver abbandonato forniture estere, magari asiatiche. E questo costringe gli imprenditori a guardare oltre il distretto di riferimento. Nelle intenzioni, gli imprenditori che rispondono ai nostri sondaggi indicano questo come un tema prioritario, anche se poi la concretizzazione è più complicata. Molte produzioni, ad esempio, sono emigrate in Asia perché inquinanti. E in Europa nessuno le vuole più”.

Il reshoring sta contaminando le scelte delle imprese di tutto il mondo. Se da un lato questo modello consentirà di ottimizzare e rendere più resistenti agli imprevisti le catene produttive – aumentando anche la forza lavoro in ogni Paese – dall’altro danneggerà chi (come molte aziende italiane) ha il proprio business basato sull’export, essendo fornitore di fabbriche site all’estero.

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