Mondo in ebollizione


Nel patto di scambio economico sottoscritto nei giorni scorsi tra Cina, Giappone, Corea del Sud e praticamente tutti i paesi dell’Est e Sudest asiatico, oltre ad Australia e Nuova Zelanda, sono rappresentate le tante anime di quella zona del mondo.

Un pot – pourri fin troppo composito, che contiene le ambizioni egemoniche della Cina, le remore del Giappone nei confronti di Cina e Corea del Sud e viceversa, la povertà dei paesi del Sudest e la ricchezza (e la precarietà) di Singapore, la dipendenza – non interdipendenza – di quasi tutte le economie locali dalla bonarietà della Cina nei loro confronti.

Il mare viene periodicamente inquinato e la moria dei pesci pregiudica le ragioni di sopravvivenza dei paesi rivieraschi. Le migrazioni illegali dal Vietnam verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono periodicamente funestate dalla morte dei derelitti che cercano altrove la propria fortuna dopo le vittorie storiche conseguite su Francia e Stati Uniti. Corsi e ricorsi della storia, si direbbe.

Il patto asiatico non è una cattiva notizia per l’Europa, se il percorso di integrazione politica dell’Unione Europea proseguirà all’insegna di una strategia industriale comune. Calenda ha presentato una relazione in proposito, che ha riscosso il voto quasi unanime dell’assemblea. Starà agli organi dell’Unione e soprattutto ai paesi fondatori dare corpo alla proposta, se e quando diventerà progetto vero e proprio.

Dagli Stati Uniti ancora non giungono segnali di chiara decifrazione. E’ troppo presto perfino per chiedersi come la nuova amministrazione americana si porrà rispetto alla Cina. Joe Biden è un democratico vecchio stampo, stenterà a collocarsi nella scia di Clinton e Obama, ma è probabile che sarà tirato per la giacchetta dai suoi grandi elettori: finanza, media, una parte dell’industria. Con quali obiettivi ed esiti, si vedrà in seguito.

Kamala Harris rivestirà un ruolo importante nell’amministrazione, ma finora, malgrado le origini asiatiche, non ha maturato significative esperienze geopolitiche. E, per la verità, dai suoi incarichi pubblici precedenti non si traggono informazioni significative.

Di certo, gli americani non vorranno registrare ulteriori perdite di mercato e di potere nel mondo, che, fino agli anni 90, erano comprensibilmente abituati a considerare molto disponibile, se non, all’occorrenza, suddito. Insomma, ne vedremo delle belle (e delle brutte).        

Conversazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*