L’industria italiana è stata sabotata

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La convulsa trattativa del Governo con Arcelor Mittal, ex Ilva, segnala incapacità e approssimazione del personale politico italiano, non c’è dubbio. Ma non solo. Riteniamo che questo ennesimo, annunciato disastro dell’industria nazionale, comunque vada a finire, si inquadri nel progetto di lungo termine di deindustrializzazione del nostro Paese.

Dagli anni 80 in poi, la grande impresa italiana è andata di male in peggio. L’industria chimica è stata smantellata. L’industria farmaceutica è stata conquistata da Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna. L’industria automobilistica, dopo avere goduto per decenni del sostegno – diciamo così – della collettività italiana, si è trasferita in altri lidi. Ora, gli Agnelli-Elkann cedono il controllo ed estraggono valore (vari miliardi) a proprio, personale, esclusivo favore. Su quei miliardi il Paese potrebbe accampare qualche diritto, ma nessuno lo dice.

L’attività petrolifera, sostanzialmente distributiva, sconta l’effetto dell’aggressione francese alla Libia di Gheddafi e, all’estero, della competizione sleale di Paesi più spregiudicati e più generosi nei confronti dei potentati locali. L’industria bancaria italiana non è più il vanto dei Governatori della Banca d’Italia, restii, peraltro, a intervenire nelle questioni, anche di interesse generale e pubblico, che vengono segnalate da cittadini fiduciosi alla Vigilanza.

Nel frattempo, società estere di recupero crediti, sulla base di accordi inspiegabili con i primari istituti di credito italiani, incassano i crediti in sofferenza, variamente definiti, e magari si quotano in Borsa con il risultato di un esercizio. Non crediamo che tutto ciò sia casuale.

Prodi ha ammesso che le cosiddette privatizzazioni degli anni 90, tra cui Telecom e le società collegate, sono state volute dall’Unione Europea. Gli effetti, tra cui il controllo di Telecom in mano a francesi e americani, con centraline cinesi, sono davanti agli occhi di tutti.

Arcelor Mittal contribuisce al Pil nazionale con l’1,4 per cento. La previsione di crescita dell’anno prossimo è indicata da Governo (per quello che vale) allo 0,4 per cento. Questo significa che il disastro tarantino potrebbe ridurre il Pil dell’1 per cento, con un contestuale aumento di spesa pubblica per cassa integrazione e costi di bonifica a carico dell’erario. Una follia. E un sabotaggio.

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