L’illecito concorrenziale è un cancro da estirpare


L’illecito concorrenziale è il cancro dell’economia italiana, non di rado dissimula reati, contratti invalidi, violazioni tributarie, societarie e finanziarie, si concretizza in complesse operazioni disutili per la collettività, costituisce l’esito evidente di scelte imprenditoriali e professionali antigiuridiche e antieconomiche (se non per i soggetti direttamente interessati), eppure è riguardato con sufficienza dalle istituzioni economiche, dalla magistratura ordinaria e contabile, dal consiglio nazionale forense, dagli ordini professionali e dagli stessi professionisti e imprenditori che ne sono vittime.

È il risultato di una cultura giuridica ed economica illiberale che ha forgiato generazioni di docenti e discenti universitari con esiti deleteri a carico del merito, dello sviluppo, delle esigenze di realizzazione del vigente ordinamento economico nazionale. La magistratura ordinaria e contabile accerta e sanziona gli illeciti originari e complementari, quali abuso del diritto, corruzione, danno erariale, alcuni reati societari e finanziari, ma affronta occasionalmente, in tema di mercato, i pregiudizi concorrenziali, che, nella pratica economica, sono molto diffusi in varia declinazione.

Il mercato, per retaggio di una cultura arcaica, inidonea a cogliere le sfide e le opportunità del mondo globalizzato, è considerato una variabile indipendente soggetta a fenomeni imprevedibili. Il rischio di mercato è, in effetti, fattore della produzione ed elemento essenziale del rapporto giuridico, ampiamente prevedibile in virtù di elementi noti, il cui difetto di analisi, valutazione e proiezione costituisce causa di invalidità del rapporto complesso sul quale si innesta l’iniziativa economica.

Un giovane brillante magistrato della sezione fallimentare del tribunale di Roma ha perfettamente percepito la presupposizione della scelta economica corretta rispetto alla formalità processuale ed ha riversato la sua intuizione nel provvedimento richiesto al suo ufficio. La cassazione penale ha ravvisato il reato di bancarotta semplice nella prosecuzione ad oltranza, nociva al mercato di riferimento, dell’esercizio dell’attività di impresa, malgrado la contabilità aziendale fosse ineccepibile. La corte dei conti ha sanzionato per danno erariale improvvidi contratti di project financing ed inspiegabili contratti di joint venture tra pubblico e privato, sostanziati in iniziative affidate a società territoriali partecipate.

Ma si tratta ancora di decisioni occasionali, controverse, poco note, spesso oggetto di intuizioni personali, le cui affermazioni di principio sono largamente inapplicate nella pratica economica. Operazioni improvvide di acquisizione di attività di impresa mediante indebitamento, note come leverage buy out, inquinano l’economia e affollano i tavoli di crisi del competente dicastero economico. Esponenti esperti delle procure di Milano e Roma, tra i quali Francesco Greco, Alfredo Robledo, Nello Rossi, hanno avvertito che si stanno affermando nuovi modelli di affari illeciti, perfino meno visibili della corruzione “tradizionale”, consistente nella corresponsione di tangenti alla politica, assolutamente nocive all’economia nazionale, rispetto alle quali gli attuali strumenti di accertamento si dimostrano inadeguati. Tanto più che i termini di prescrizione incalzano.

Il Nuovo M.i.l.l.e. dissente che termini più ampi di prescrizione consentano una più efficace tutela di diritti e interessi, perché l’effetto nocivo dell’illecito, pur perseguito, è immediato, anzi costituisce, per definizione, un fatto pregresso, mentre il rimedio offerto dal processo è differito di anni ed è, non di rado, limitato alla sanzione personale del reo, priva di efficiente rilievo economico e sempre meno suscettibile di effetti educativi, come avverte l’avvocato Massimo Dinoia in una recente intervista.

La crisi economica, indipendentemente dalle cause nazionali ed internazionali che l’hanno provocata, è motivo di incentivazione degli illeciti economici, come dimostra uno studio del magistrato esperto Piercamillo Davigo (relatore in un recente incontro del Nuovo M.i.l.l.e.) e della docente di diritto penale Grazia Mannozzi, a discapito dei risultati economici di imprenditori e professionisti che privilegiano la scrupolosa osservanza delle regole e la correttezza personale nei rapporti di rispettivo interesse.

Non c’è dubbio che gli illeciti di qualsiasi natura debbano essere perseguiti e sanzionati, tuttavia con una rinnovata attenzione degli operatori, magistrati e avvocati, all’illecito concorrenziale, alle operazioni straordinarie diseconomiche ed agli effetti efficienti dell’intervento giudiziario e della sanzione comminata. Imprenditori e professionisti sarebbero motivati a dolersi delle sperequazioni subite, le risorse destinate alle incrostazioni di affari illeciti sarebbero liberate in favore del concorso meritevole, l’economia ne sarebbe esaltata e l’ordinamento economico potrebbe essere pienamente realizzato.

Conversazioni
17 1 2012 - 13:17

Da iscritto (coscritto e costretto) ad un ORDINE PROFESSIONALE da oltre trentacinque anni, a proposito di liberalizzazioni e di ILLECITI CONCORRENZIALI, ritengo che per esercitare la professione non sussista alcun motivo per mantenere ancora in piedi questa vetusta organizzazione (creata dal fascismo per escludere gli ebrei dalle libere professioni). Penso invece che gli ordini rappresentino comodi strumenti utili soltanto per la professione di coloro che DALL’INTERNO li “amministrano”: nelle cariche di presidenti, vice presidenti, consiglieri, consulenti, membri di commissioni, ecc. Rappresentando, di fatto, I VERI PRIMI CONCORRENTI (per la visibilità di cui godono e non solo) di coloro che sono obbligati all’iscrizione per poter svolgere “liberamente” l’attività professionale.
Speriamo che l’antitrust ne prenda finalmente debito atto, facendo amministrare tali organismi (se proprio debbono essere mantenuti a vita e non soppressi come enti inutili o “utili” solo per LE LOBYY CHE LI GOVERNANO DALL’INTERNO) da tecnici esterni, assunti con pubblico bando, che non esercitano la professione dell’ordine presso il quale svolgono l’attività, onde evitare forme di CONCORRENZA SLEALE E SURRETTIZIA NEI CONFRONTI DELLA MAGGIORANZA DEGLI ISCRITTI. Volete una prova, con un esempio lampante di concorrenza? Se il presidente del mio ordine (20.000 iscritti) chiede appuntamento urgente col sindaco della mia città viene ricevuto immediatamente. Se la stessa cosa la faccio io, manco mi rispondono.
E noi iscritti, non interni alla gestione dell’ordine, siamo costretti a mantenere i nostri diretti concorrenti. A nostre spese!
Cari saluti

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    17 1 2012 - 18:38

    Gli ordini professionali non sono esenti dalle disfunzioni che investono gli organi di rappresentanza, in particolare se cittadini o iscritti non esercitano il controllo democratico nelle forme previste dall’ordinamento. Le elezioni costituiscono modalità di controllo per eccellenza, perchè consentono di non confermare la rappresentanza che non abbia ottemperato al proprio mandato. Nella circostanza specifica della pretesa liberalizzazione (dell’offerta ma non della domanda di servizio) all’agenda del governo, l’ordine romano si è distinto per l’impegno anche personale del presidente, diversamente dal consiglio nazionale forense che è apparso e continua ad apparire insolitamente timido

    Rispondi
17 1 2012 - 19:39

Non mi riferisco a quello degli avvocati. Ovviamente…

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17 1 2012 - 19:44

L’impostazione ideologica fascista dell’armonia sociale, come noto, determinò l’inclusione delle disposizioni in materia di impresa commerciale nel codice civile e non in un separato codice di commercio. L’imprenditore, nell’ottica fascista, non poteva infatti essere, come prima, uno “speculatore” e doveva quindi acquisire un ruolo funzionale all’armonioso fluire della vita sociale (fascista), come organizzatore di un’attività economica esercitata professionalmente al fine della produzione e dello scambio di beni e servizi (art. 2082 codice civile).
In definitiva, l’imprenditore non poteva più essere definito come uno che voleva il proprio tornaconto economico, ma doveva costituire un ingranaggio essenziale dell’organizzazione sociale. In questo schema ideologico, il professionista era ancora qualcosa di diverso e di “migliore”; invero, rappresentando la categoria dei professionisti un élite sociale dell’epoca, non poteva essere legislativamente “mischiata” agli imprenditori, ex speculatori. Da qui la scelta del legislatore del codice civile di differenziare ulteriormente la categoria, considerando i servizi professionali un qualcosa di diverso dai servizi dell’imprenditore (diversità che, per giunta, sottraeva e sottrae tuttora il professionista alla fallibilità).
Inoltre, il sistema ordinistico garantiva la vergogna nazionale del rispetto delle leggi razziali, impedendo agli ebrei l’accesso alle professioni.
Stante questa premessa storica, c’è da chiedersi, prima ancora di parlare di liberalizzazioni, se oggi sussista una differenziazione dei servizi di impresa da quelli professionali.
A sostegno della tesi della diversità, si invoca la funzione sociale dei servizi professionali rispetto a quelli di impresa. Ritengo, personalmente, molto debole tale argomento: può creare più danni alla società un produttore di pappine per bambini o un avvocato che si occupa di liti condominiali? Può creare più danni alla società un produttore di motorini o un geometra che ricorre in commissione tributaria contro una rendita catastale? E così via discorrendo.
La mia opinione è che in una situazione sociale altamente complessa come quella attuale, la distinzione tra impresa e professioni non abbia alcun senso.
E, in questi termini, ben vengano le liberalizzazioni, ma a un patto: se tali devono essere, non possono sostanziarsi in dei ritocchi qua e là. Delle due l’una: o le professioni sono qualcosa di diverso dalle imprese sotto il profilo sociale e quindi si giustificano ordini, tariffe, disciplina, formazione continua ecc. o i servizi di impresa non si differenziano (come io credo) da quelli professionali e, allora, l’abolizione deve riguardare tutto, il sistema ordinistico, gli obblighi formativi, ecc.
Alla disciplina e alla responsabilità ci penserà il giudice ordinario e alla formazione e alle tariffe ci penserà il mercato.
Tertium non datur….auguri a tutti i coscritti/costretti

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