Le ricette della troika

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Draghi ha sollecitato più volte negli ultimi mesi le riforme utili o necessarie all’economia e la ripresa degli investimenti privati, in mancanza delle quali il governo dell’economia sarà assunto dalla troika (Fmi, Commissione Ue e Bce) a cui la partecipazione americana è garantita dalla presenza del Fmi e di vari protagonisti europei rappresentanti di interessi.

Christine Lagarde, affascinante avvocato francese, già senior partner di Baker&Mckenzie Francia, non dirige la politica del Fmi nell’interesse dell’economia e della politica economica europea, considerata concorrente con l’economia americana, non stigmatizza le nefandezze dei sistemi interni (distorsioni di mercato, privilegi, clientelismi, ecc.), non valuta i riflessi sociali della politica economica. Ritiene, a torto o ragione, che non sia un suo compito e, infatti, suggerisce di tagliare le pensioni (mantenendo così distorsioni e privilegi).

Importante per il Fmi è soltanto che i conti (quali?) tornino o anche che l’assetto sociale europeo sia definitivamente alterato in favore di un ceto dominante? La prospettiva non è piacevole sia perché governo dell’economia in realtà significa governo del paese, e quindi ulteriore drastica limitazione della sovranità nazionale, che, in base alla carta vigente, si esprime nella democrazia costituzionale e nei principi di libertà applicati nelle attività politiche, economiche e sociali, sia perché le ricette della troika non prevedono ascolto, concertazione e processi decisionali democratici.

Le istituzioni dello stato vengono di fatto esautorate in favore delle tre entità, gerarchizzate nel loro interno secondo logiche estranee alle sensibilità, almeno teoriche, della politica e molto sensibili alle ragioni dei paesi dominanti, tra i quali non si può certo annoverare l’Italia, malgrado la presidenza amica di Draghi. Quali sono le ricette della troika? Riduzione della spesa pubblica (e fin qui nulla di sbagliato) in favore di una asimmetrica distribuzione della massa monetaria, a dispetto della ricordata raccomandazione di Friedman che in circostanze di recessione i soldi debbano piovere dall’elicottero.

Qui l’obiettivo delle misure eccezionali non sembra essere tanto l’uscita dalla recessione, quanto l’alterazione strutturale degli assetti sociali, in particolare dei paesi europei deboli, o ritenuti tali nella cabina di regia della geopolitica a stampo settario. Draghi non cessa di sollecitare gli investimenti privati in Italia, sapendo che la liquidità è ancora imponente e potrebbe consentire di costruire quelle strutture e infrastrutture che mancano per lo sviluppo e la crescita.

Ma l’Italia è afflitta curiosamente dalla resistenza del ceto imprenditoriale a tenere il passo con i tempi, oltre che dalla burocrazia asfissiante e dalla politica invasiva e ingorda. Il Nuovo Mille sta facendo la sua parte con risorse assolutamente modeste. Se questo impegno non fosse ostacolato e potesse moltiplicarsi, il paese in un anno uscirebbe fuori dal guado.

 

 

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