Le carenze del contratto con Arcelor Mittal

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La causa avviata a sorpresa da Arcelor Mittal dinanzi al tribunale di Milano metterà in evidenza un italico guazzabuglio di incapacità e di approssimazioni, imputabile sicuramente ai ministri competenti per la materia e molto probabilmente agli uffici che hanno scritto il contratto.

Perché i ministri non scrivono contratti. Tutt’al più li leggono, come Conte ha detto di avere fatto nel confronto dialettico con Mr. Mittal. Nelle settimane passate si è parlato a iosa di scudo penale, di obbligo contrattuale non rispettato da Arcelor Mittal e di prestigio leso del Paese.

E’ vero, è un’ennesima occasione di caduta del prestigio nazionale, a causa delle inadempienze della controparte, tutte da dimostrare in tribunale (ci vorrà tempo, anche se il percorso giudiziario fosse privilegiato).

Ma anche a causa della incapacità tutta italiana di progettare una soluzione imprenditoriale confacente con le esigenze di interesse generale e pubblico e di scrivere un contratto, che riproduca tali esigenze (nelle premesse progettuali), rendendole concretamente vincolanti e sottoposte a controllo periodico o, nei primi tempi, addirittura costante. Inutile girarci intorno.

Ci sono tutte le indicazioni per temere che il famoso contratto a cui i ministri vorrebbero inchiodare Arcelor Mittal sia, in realtà, molto carente. Non solo per la previsione del diritto di recesso (di cui la Verità parla nel suo scoop titolato “Ilva, Conte ha torto, ecco il contratto”), che evidentemente non è stato sottoposto a condizioni di oggettivo interesse dell’azienda e del territorio. Anche e soprattutto per la mancata progettualità dell’intervento industriale e dello sviluppo produttivo dell’attività di impresa nel contesto manifatturiero del Paese.

 

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