L’analisi della povertà è condivisa, le formule della crescita mancano

Foto LaPresse/Giordan Ambrico
05/02/2018, Torino (Italia) 
Cronaca
Clochard Torino
Nella foto: clochard in Via Roma


Photo LaPresse/Giordan Ambrico

Clochard Torino
February 05, 2018 , Torino( (Italy) 

 
In the pic: clochard, homeless in Via Roma

Tremonti, intervistato da Maria Latella, si è dimostrato attento osservatore della politica mondiale. Senza mezzi termini, rinunciando al politichese, ha denunciato il progresso dell’avanzata economica cinese in Europa e ha previsto, in relazione, una prossima crisi, non meno grave di quella del 2008.

Ha detto che le disuguaglianze tra ceti sociali aumenteranno, ma non ha detto quello che si potrebbe fare, quello che il governo dovrebbe fare, per scongiurarla o per ridurne l’impatto sulla comunità nazionale, già duramente provata.

Più o meno in concomitanza con l’intervista di Tremonti, due illustri economisti, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, hanno scritto sul Corriere della Sera un editoriale, “Correggere la società ingiusta”.

L’analisi segnala le disuguaglianze tra Paesi e tra ceti sociali e prevede l’incremento delle une e delle altre. I Paesi ex poveri o emergenti, particolarmente in Asia, crescono di gran lunga più dei Paesi occidentali. La globalizzazione ha giovato ai Paesi emergenti e ha duramente provato i Paesi occidentali. Come era prevedibile, come doveva essere previsto dai governi che, sconsideratamente, hanno aperto le frontiere economiche senza darsi pensiero per quanto sarebbe accaduto all’interno. Anzi, incoraggiando il fenomeno del travaso di ricchezza dall’Europa all’Asia, a discapito della distribuzione di ricchezza interna.

Infatti, proseguono, i due economisti, la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. Le mani delle persone in cui è concentrato anche il potere delle scelte e delle decisioni. Come a dire, che non è per niente casuale che la crisi sia avvenuta, che si intravedano i segnali della prossima e che pochi ne abbiano tratto e ne trarranno grande beneficio, in danno della popolazione. Che, ci dicono i sociologi, non è più divisa in ceti, secondo il censo, come un tempo. La gran parte della popolazione è molto uguale all’interno di un unico ceto di massa, in cui alla preparazione professionale o tecnica non corrisponde la remunerazione adeguata.

Alesina e Giavazzi non concludono l’analisi con proposte operative, di concreta applicazione, limitandosi al “bisognerebbe che”. Non dicono che il ceto abbiente in Italia si è costruito un sistema di privilegi economici nel corso dei decenni e che questo sistema ha contribuito alla riduzione della domanda interna e all’aumento della povertà. Non denunciano l’incapacità di governi che hanno accentuato l’andazzo, favorendo le nomine clientelari, l’accentramento della ricchezza nei rappresentanti delle banche (e dei controllori) e la progressiva distruzione delle imprese.

Eppure, ci sono leggi e strumenti, che non vengono attivati. Le chiavi di lettura della ripresa sono nella revisione dei trattati, essendo cambiate le condizioni degli anni 90, e nell’applicazione delle leggi esistenti, a partire dalla Costituzione. Che la Corte di Cassazione – ove mai ce ne fosse stato bisogno – ha dichiarato direttamente applicabile al tessuto economico e sociale nazionale.

 

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