L’agonia dell’euro e di questa Europa degli stati


Riceviamo da Tommaso Sessa, presidente del movimento “Risalire per l’Italia” riformisti europei, e volentieri pubblichiamo.

L’Europa non c’è l’Italia faccia da sola

In questo momento l’Unione Europea è un’area monetaria che appare agli occhi dei mercati come un ‘area ad altissimo rischio perché, a differenza delle altre, non dispone di una Banca Centrale come banca di ultima istanza uguale a quella degli Stati Uniti o del Giappone o della Gran Bretagna.

Pesano inoltre gli errori fatti dall’Unione Europea sulla crisi greca, quando la Germania impose anche alle banche di partecipare al suo salvataggio.

E’ in questo modo che la crisi di una piccola economia, che rappresenta solo il 3% del Pil dell’Unione, si è trasformata nella crisi dell’intera area e della stessa moneta unica.

Ad aprile 2011 viene deciso il coinvolgimento del settore privato dei Paesi dell’eurozona. L’unione si spacca, da una parte la Germania affiancata dai Paesi come l’Austria, l’Olanda, la Finlandia, e dall’altra parte i Paesi mediterranei mentre la Francia si schiera con la BCE che sconsigliava questo tipo di operazione.

E’ stata questa impostazione che ha messo in crisi le banche europee, che sono quelle che detengono i titoli greci, ma anche quelli portoghesi, spagnoli e italiani. Alla fine anche Sarkozy accettò la proposta tedesca ma lo fece in cambio della promessa della Merkel di un rafforzamento del Fondo Salva Stati cosa che poi non è mai avvenuta proprio per l’opposizione della stessa Germania.

Le banche centrali, in questa fase storica, sono intervenute sin dall’inizio della crisi con operazioni definite non convenzionali di “quantitative-easing” immettendo nel mercato moneta per sostenere le economie e il sistema bancario.

Questa manovre sono servite a creare una pronta disponibilità di cassa per iniettare liquidità nel sistema come sta facendo ad esempio la Federeal Reserve americana che è addirittura alla terza manovra di questo tipo. Tutto questo la BCE non ha potuto farlo e quanto meno non in modo adeguato.

A questa anomalia europea si è fatto fronte spingendo le banche ad acquistare titoli di debito pubblico.

Questa strategia è stata anche incoraggiata da Balisea 2 ed è stata portata avanti dai vari governi

Oggi le banche europee si trovano a fare i conti con i titoli greci e con lo scarto tra il valore di acquisto dei titoli pubblici e il loro valore reale di mercato come imposto dall’Eba.

L’Europa, in questa fase, ha la responsabilità di avere creato un sistema in cui c’è una moneta unica, non c’è un governo unico europeo in grado di gestirla e non c’è una banca centrale europea in grado di intervenire sui mercati in modo adeguato e illimitato.

In Europa ci si è illusi, in tutti questi anni, di poter governare un continente con i parametri di Maastricht, con l’assenza di società di rating europee.

Si è pensato di governare un grande continente attraverso il cosiddetto asse franco-tedesco.

Con l’asta della Bce del dicembre 2011, le banche hanno chiesto a Francoforte il denaro di cui avevano bisogno, lo hanno ricevuto all’1% per tre anni senza alcuna limitazione e senza alcun vincolo, nel senso che questo denaro può essere investito a loro piacimento, o in titoli di stato o in mutui e prestiti alle imprese e alle famiglie o per il pagamento delle cedole delle loro obbligazioni in scadenza nel 2012.

Il sistema bancario europeo ha chiesto, e ottenuto, quasi 500 miliardi di euro e le banche italiane più di 100 miliardi.

Questa operazione non risolve il problema dell’acquisto dei titoli di Stato da parte del sistema bancario, vista l’incertezza del loro valore, e la necessità da parte degli istituti di credito di rinnovare le loro obbligazioni in scadenza e contemporaneamente di finanziare l’economia reale.

Le sole banche italiane hanno in scadenza nel 2012, 130 miliardi di loro obbligazioni.

A tutto questo si è aggiunto il sostanziale fallimento del vertice dei capi di Stato e di Governo dell’8 e 9 dicembre 2011, vertice che avrebbe dovuto essere risolutivo per quanto riguarda il problema dei debiti sovrani e in particolare per quelli di Italia e Spagna. In verità con quel vertice nulla è cambiato e anzi la situazione è peggiorata.

Le decisioni che sono state prese in quel vertice possono essere così riassunte:

a)     Con la sola non adesione dell’Inghilterra i Paesi dell’UE si sono impegnati a sottoscrivere, entro il prossimo mese di marzo 2012, un nuovo trattato in cui si prevede l’introduzione della regola d’oro del pareggio di bilancio. Inoltre viene introdotto un sistema di monitoraggio dei conti pubblici e l’armonizzazione delle legislazioni del lavoro sulla sicurezza sociale e fiscale e l’approvazione di politiche economiche convergenti. Stranamente non si inserisce il principio di una Banca Centrale Europea come banca di ultima istanza e con poteri di vigilanza sulle banche del continente.

b)     I Paesi della zona-euro hanno inoltre deciso di anticipare a luglio 2012 il Fondo per la stabilizzazione in Europa che è la versione definitiva del Fondo Salva Stati che doveva entrare in vigore nel 2013. Il Fondo di stabilizzazione avrà una dotazione di 500 miliardi, una dotazione del tutto insufficiente per raggiungere lo scopo anche se a questi  vanno aggiunti altri 200 miliardi del vecchio Fondo  Salva Stati . inoltre i Paesi dell’Unione metteranno altri 200 miliardi a disposizione del Fondo monetario per aumentare la difesa dell’euro visto che il fondo è stato coinvolto nel salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo

c)      Per quanto riguarda la Grecia, i Paesi dell’Euro-zona confermano la ristrutturazione del debito pubblico greco fino al 50%. Questa ristrutturazione rimarrà a carico anche dei privati ma il meccanismo non sarà riproposto anche con il nuovo Fondo di stabilizzazione.

d)     L’accordo del 9 dicembre u.s. non prevede nulla per quanto concerne l’emissione di titoli pubblici garantiti da tutti i Paesi dell’eurozona, cioè non è stato previsto nulla a proposito dei cosiddetti Eurobond, né si prevede un rafforzamento nel ruolo della Banca Centrale Europea, né il rafforzamento dell’attuale ruolo del Fondo Salva Stati incrementando la propria disponibilità e attraverso una sua trasformazione, come proposto da Sarkozy, in una banca in grado di operare a leva creando un moltiplicatore  e di reperire finanziamenti attraverso le emissioni di proprie obbligazioni.

E’ passata in  questo modo interamente la linea imposta dalla signora Merkel e non si è capito che non è possibile risolvere per questa via la crisi del debito sovrano senza risorse adeguate e una politica per la crescita economica.

Si è solo pensato al rigore e l’unica novità è venuta dalla Banca Centrale Europea che ha inondato di liquidità il mercato attraverso questo massiccio prestito alle banche all’1% per tre anni, senza vincolo di nessun tipo, per il loro uso.

Con il vertice del 9 dicembre 2011, gli Stati rinunciano all’unico pezzo di sovranità rimasto nelle loro mani, quello della gestione di bilancio.

Hanno assunto il principio costituzionale del pareggio di bilancio e hanno accettato il principio di sanzioni automatiche senza alcuna contropartita e nessuna prospettiva, di politiche di aiuti successivi da parte dell’Unione nel momento in cui questi dovessero essere necessari, specie in un anno, come il 2012, che vedrà l’Unione Europea in recessione.

Il nostro Paese, in questa fase recessiva, appare più debole di altri per la forte contrazione della domanda interna dovuto all’effetto di tre manovre consecutive fatte nel 2011. L’impatto recessivo determinerà una crescita negativa con la probabile perdita di almeno due punti di Pil e la conseguente contrazione del gettito tributario a cui si aggiungono i maggiori oneri per il finanziamento del debito che, già nel 2011, ha segnato un aggravio di circa 8 miliardi di euro a causa dell’aumento degli spread e dell’aumento dei tassi di rendimento.

A tutto questo si è aggiunto il declassamento dell’Italia con una retrocessione di due posizioni da parte di Standard & Poor’s.

Considerate le scadenze del nostro debito pubblico per cui tra gennaio ed aprile 2012 dovranno essere rinnovati di almeno 200 miliardi e considerato che lo spread sui bond decennali permane intorno ai 500 punti rispetto ai bond tedeschi e i tassi di rendimento intorno al 6-7%.

A tutto questo si aggiunge l’inadeguatezza del Fondo Salvastati, e della perdita anche da parte di quest’ultimo della tripla “A” a causa del declassamento di Francia e Austria.

Per questo motivo il nostro Paese, deve mettere nel conto, che deve fare da solo visto che ha le potenzialità e le risorse per abbattere il debito pubblico.

Dobbiamo dire inoltre che, l’unione fiscale  per la stabilità, proposta dai tedeschi non è la vera soluzione del problema. Con questa proposta si pone in essere una nuova disciplina di bilancio con cui i vari Paesi si vincolano al pareggio e a un controllo semestrale.

La proposta, che porta il nome di disciplina fiscale, non ha niente a che vedere con il significato che si attribuisce a questa espressione, cioè unione fiscale, e non porta affatto verso una soluzione duratura dei problemi di contenimento del debito pubblico e anzi, nell’immediato, con la recessione li aggrava.

Nell’incontro Merkel-Monti si è cercato di correggere questo tipo di impostazioni

Infatti i Paesi che si sono dati una moneta unica e che hanno rinunciato alle loro politiche monetarie nazionali, dovrebbero avere l’obiettivo di offrire assicurazione reciproca ai partecipanti e ridurre la volatilità dei redditi all’interno dell’area. Prima dell’unione monetaria ciascun Paese aveva due strumenti: lo strumento monetario e quello fiscale per smussare gli angoli del boom o delle crisi, per sostenere l’economia senza eccessivi sbalzi nel livello di consumo e di investimenti. Dopo l’unione monetaria i Paesi dell’eurozona hanno perso uno di questi due strumenti e ora, con questa nuova disciplina di bilancio, perdono anche il secondo.

La perdita di sovranità nelle politiche fiscali dovrebbe essere integrata e compensata con un’unica politica fiscale, un’unica unione fiscale e con un unico ministro delle finanze europeo che decide sul livello delle imposte e della spesa pubblica per tutta l’Europa, o quanto meno per tutta l’area dell’euro.

Questo porterebbe l’Europa ad agire come un’unica federazione sul piano monetario e su quello fiscale. Una vera unione fiscale dovrebbe quindi includere un meccanismo di trasferimenti anticiclici che si indirizzerebbero automaticamente verso le aree in crisi o in recessione. Al contrario, in contrasto con questa necessità, il meccanismo descritto e proposto dai tedeschi è un ulteriore elemento distorsivo perché non solo non ha un effetto anticiclico ma va a rafforzare il processo recessivo in atto.

Con questo meccanismo i vari Paesi verranno forzati ad accentuare la fase recessiva in assenza di manovre compensative rivolte in direzione della crescita.

Per avere una disciplina fiscale e una finanza stabilizzatrice serve una politica fiscale federale, come negli Stati Uniti.

Le resistenze tedesche a queste impostazioni derivano dal fatto che nessuno ha provato a spiegare ai cittadini di quel Paese che il ministro unico delle finanze è chiamato ad amministrare la politica fiscale comune all’interno di regole predeterminate e non certo, a secondo della sua cittadinanza, a favorire il popolo tedesco o quello greco o quello italiano. Quindi per una politica comune vera, se non si passa all’armonizzazione delle politiche fiscali e alla creazione di un bilancio federale, non si conclude niente, anzi si provoca un ulteriore danno alle economie europee che in questo momento sono in difficoltà.

Mentre si compiono tutti questi inutili, o quasi inutili riti, riunioni bilaterali Merkel-Sarkozy, Sarkozy-Monti, Monti-Merkel-Sarkozy, la situazione si aggrava e il problema del nostro Paese è quello di rinnovare uno stock di debito pubblico nel 2012 è superiore a 400 miliardi di euro in presenza di un ulteriore declassamento dell’Italia.

Il vero nostro problema è quindi quello di provvedere a un abbattimento del debito per lo meno di 400 miliardi. In Parlamento giace da tempo un progetto e un articolato nel quale è prevista la creazione di una società, pubblico-privata, nella quale far confluire tutti gli immobili che lo Stato vuole vendere, un patrimonio che sarebbe garanzia per un prestito forzoso diluito in 30 anni che verrebbe richiesto ai cittadini. Negli anni la società si impegnerebbe a vendere il patrimonio immobiliare così conferito  evitando così di svenderlo per la necessità di fare immediatamente cassa e con questi fondi verrebbero risarciti, di volta in volta, i sottoscrittori del prestito. Un meccanismo che, assicurano gli esperti, porterebbe al risarcimento totale ben prima della scadenza dei 30 anni.

Il Ministero del Tesoro sta studiando appunto questo meccanismo con la creazione di un fondo per ridurre il debito. Si sta studiando soprattutto l’entità dello stock degli immobili pubblici che possono essere conferiti a questo fondo. D’altra parte, un Paese come il nostro che ha un patrimonio immobiliare pubblico di più di 2 mila miliardi di euro e un patrimonio immobiliare privato di 5 mila miliardi di euro, non può fallire. Inoltre gli italiani detengono attività finanziare per 3.600 miliardi di euro, e di questi solo il 5% è investito in Bot e in Btp.

Insomma, tra immobili e finanza, il tesoro privato degli italiani ammonta a 8 mila 600 miliardi, il patrimonio pubblico immobiliare ammonta a 2 mila miliardi.

L’Italia è un Paese ricco, più ricco dell’Inghilterra, della Francia e della stessa Germania ed è un Paese che è in grado di abbattere in modo adeguato il debito, di modificare il rapporto debito-Pil, che oggi è al 120%, e soprattutto è in grado di rassicurare i mercati.

Tra le due manovre, quella proposta dai tedeschi, del pareggio di bilancio e della disciplina di bilancio e quella dell’abbattimento del debito, la più gradita ai mercati, statene certi, è sicuramente quest’ultima.

Ottenuta da parte del presidente Monti la flessibilità sul rientro dal deficit, per riportarlo dal 120 al 60%, ora bisogna agire dal lato dell’abbattimento e del taglio del debito.

Per procedere ad un taglio del debito questo non può non avvenire con il contributo diretto di tutti i cittadini italiani perché devono essere gli italiani a salvare l’Italia, destinando una parte, non enorme, dei loro risparmi e delle loro ricchezze ad acquistare, appunto, il loro debito.

Al Fondo per l’abbattimento del debito non solo potranno essere conferiti gli immobili di proprietà dello Stato ma anche altri asset come una quota parte delle partecipazioni nelle società come Eni, Enel, Terna e anche di Banco Posta il cui valore di rete ad oggi è stimato intorno ai 40 miliardi , e anche una partecipazione in Trenitalia dove l’Alta Velocità ha raggiunto il pareggio e il profitto.

Il governo Monti se vuole salvare veramente il Paese, aldilà delle manovre lacrime e sangue, dovrà adottare questo tipo di provvedimento e farlo proprio, evitando per questa via qualsiasi intermediazione di banche d’affari italiane e straniere. Oggi c’è un clima favorevole a questa operazione che però va illustrata al Paese.

Bisogna spiegare i vantaggi di una riduzione drastica del debito che elimina non soltanto il rischio di altre manovre recessive, di aste che possono andare parzialmente deserte, ma fa risparmiare significativamente sul costo del servizio del debito, sia in termini quantitativi che in termini di tasso di interesse più basso, liberando in questo modo risorse da destinare allo sviluppo. Siamo in recessione e servono risorse da destinare per la ripresa economica e per la crescita. Tra l’altro con questo tipo di operazione si potrebbero pagare immediatamente le aziende e i fornitori che vantano nei confronti dello Stato centrale e periferico crediti per 80 miliardi e questo con un effetto antirecessivo notevole e buoni effetti sull’occupazione.

I titoli privilegiati, distribuiti appunto ai fornitori e alle imprese, con la doppia garanzia dell’immobile e della Banca d’Italia, potrebbero essere facilmente riscontati ad un tasso molto basso presso le banche, che a loro volta potranno riscontarli presso la BCE , emettendo così di fatto una ottantina di miliardi di liquidità a basso costo.

Questa impostazione è stata anche accettata dal ministro Corrado Passera che, dopo la manovra di dicembre, vede come possibile e attuabile quella di pagare le aziende e i fornitori con questi titoli di Stato privilegiati.

Merkel ultima chiamata

Dopo il declassamento di molti stati europei avvenuto da parte dell’agenzia di rating americana Standard & Poor’s non possiamo più accontentarci delle chiacchere e non bastano più i vertici bilaterali o trilaterali, come quello tra Merkel e Monti o come quello tra Merkel , Monti e Sarkozy.

I giornali, a tale proposito, hanno sottolineato tutti in  coro il cambiamento avvenuto da parte di Angela Merkel, e quindi  della Germania, che finalmente ha accettato la richiesta di Monti di rafforzare il Fondo Salvastati.

In particolare l’attenzione si è concentrata sulla dichiarazione del  cancelliere tedesco in cui si dice che il suo Paese “procederà sulla strada di un rafforzamento del Fondo Salvastati e che la stessa Banca Centrale  Europea potrà contribuirvi”.

L’attenzione si è concentrata sul contributo che potrà dare la Banca Centrale Europea ma non si dice come potrà farlo e in che misura.

Vorrei sottolineare in questa sede che il problema non è tecnico ma politico e dopo i declassamenti da parte di Standard & Poor’s di Spagna, Italia, Francia e Austria, dobbiamo prendere atto che l’agenzia americana ha quasi voluto dividere, definitivamente, l’area  dell’Europa mediterranea, Francia compresa, da quella continentale di Germania, Olanda e Lussemburgo.

L’agenzia di rating americana sembra aver voluto dire che le Europe sono due e che l’anomalia , da questo punto di vista, è che esistono due entità che hanno velocità diversa, economie e strutture diverse, competitività diversa ma un’unica moneta che non è difesa da nessuno a partire dalla Germania che poi è il Paese che da questa moneta ha ricevuto e tratto i maggiori vantaggi negli ultimi dieci anni.

La Banca Centrale Europea finanzia, in modo massiccio, le banche e lo ha fatto ultimamente con un finanziamento di quasi 500 miliardi per tre anni ad un tasso dell1% e senza nessun vincolo sull’utilizzo di queste risorse.

L’anomalia sta nel fatto che la stessa Banca Centrale Europea lascia fallire gli Stati, vedi la Grecia, e non interviene sui debiti sovrani come hanno fatto le altre banche centrali a partire da quella americana, a quella inglese, a quella giapponese.

Questo ci dice la società di rating, e va anche oltre, sottolineando che il Fondo Salvastati non è la soluzione perché senza la tripla “A” francese la sua capacità operativa, che era già molto ridotta, è seriamente compromessa e ha perso anch’esso la tripla “A”.

È inutile prenderci in giro e continuare a dire che il trattato istitutivo della Banca Centrale Europea impedisce il finanziamento degli Stati sovrani. Dal punto di vista tecnico esistono molte soluzioni senza violare le regole e il trattato.

La BCE non è autorizzata a finanziare gli Stati ma può dare denaro senza limite agli organismi creditizi pubblici e alle organizzazioni internazionali, dunque può prestare per esempio alla Banca Europea per gli Investimenti o può prestarli alle Casse Depositi e Prestiti dei vari Paesi. Niente impedisce alla BCE di mettere in essere questo meccanismo già nel mese di gennaio.

Mentre la Fed americana manterrà i tassi allo 0,25, la Banca d’Inghilterra allo 0,50, la Bce ha fornito alle banche un credito triennale illimitato all’1% e finora sono stati richiesti 489 miliardi.

Le banche, in questa fase, non sono in grado, a loro volta, di finanziare il sistema, cioè l’economia reale, e allo stesso tempo proseguire nell’acquisto di titoli di Stato.

Sono ormai in molti quelli che affermano che siamo nel bel mezzo di una guerra, valutaria e commerciale, tra le due sponde dell’Atlantico, tra Stati Uniti ed Europa.

Per comprendere quanto questo sia vero basta guardare ai dati che riguardano i debiti pubblici che vengono a scadenza, e che quindi devono essere rinnovati nel 2012 in tutto il mondo.

Nel 2012 verranno a scadenza, appunto, 7.600 miliardi di dollari, 3 mila riguardano il Giappone e 2.800 miliardi gli Stati Uniti. Questi due Paesi, per i motivi che sappiamo, non hanno problemi a trovare investitori.

I problemi riguardano l’Europa la quale per colpa della Germania non ha creato un Fondo sovrano europeo, non ha accettato la possibilità di emettere Eurobond garantiti da tutti lasciando i singoli Paesi di fronte alle loro necessità. La spaccatura che si è venuta a determinare è profonda perché i tassi di interesse di approvvigionamento sui mercati sono completamente diversi e, direi, profondamente immorali.

L’Italia nel 2012 dovrà rinnovare 428 miliardi, tra vecchie scadenze e nuovi debiti, di questi 2 miliardi sono solo di pagamento delle cedole. La Francia segue con 367 miliardi, la Germania con 285 e la Spagna con un  po’ meno di 200 miliardi, poi seguono il Canada, il Brasile e via via gli altri Paesi. Chi ha la tripla “A”, o comunque un rating elevato, troverà acquirenti con prezzi accettabili.

La Germania sta addirittura ottenendo rendimenti reali negativi e questo gli permette di ridurre automaticamente il peso del debito. Al contrario in Italia il rendimento medio è tra i 6 e i 7punti ed è il doppio dell’inflazione.

Questo fa salire il conto per gli interessi e mette il Paese nelle condizioni di non poter sopportare a lungo una simile situazione.

Da questo punto di vista, la proposta tedesca del patto di bilancio rafforzata, non va nella direzione giusta e il testo del nuovo trattato sulla cosiddetta unità fiscale è una ricetta che non risolve il problema, attraverso il coordinamento dei bilanci, nell’immediato.

Il fatto che sia stato accolto l’emendamento del governo italiano relativo all’abbattimento del debito al 60% del Pil è un buon segnale ma non una soluzione atta a risolvere i problemi. L’articolo 4  del nuovo trattato prevedeva l’obbligo, per chi ha un debito superiore al 60% del Pil, di rientrare a ritmo di un ventesimo l’anno per la parte eccedente, l’Italia con il suo emendamento sul patto di bilancio avrebbe ottenuto un’attenuazione di questo meccanismo per cui questo partirebbe dal 2014 e non da subito.

Inoltre si terrà conto dell’andamento del ciclo economico, della crescita o della recessione, si terrà conto anche del debito pubblico e del debito privato e si metteranno nel conto anche quelli che vengono definiti i “fattori rilevanti”, come la sostenibilità del sistema pensionistico.

La verità è che anche qui, come abbiamo visto, manca una vera politica di bilancio dell’Unione e soprattutto manca una riforma del patto di stabilità con cui bisognava distinguere tra la natura e lo scopo della spesa pubblica, dividendo quella per gli investimenti atta a rilanciare e a ristrutturare l’economia da quella per la spesa corrente.

Tutto questo non si è fatto e ciò rende impossibile il rilancio e la riconversione dell’economia.

Caro Presidente Monti, ormai il problema non è più quello di fare i compiti, né solo quello di fare le liberalizzazioni, che valgono nel medio-lungo periodo almeno due punti di Pil di crescita in più per il nostro Paese. A tale proposito non possiamo che plaudire e prendere atto che lei sta facendo le cose che i governi di centro-sinistra e di centro-destra non hanno fatto negli ultimi diciotto anni.

Il problema è capire che vogliono ora, in questo momento, i mercati, così come sono, perché non riformati da classi politiche che non hanno capito bene la crisi del 2008.

Il problema non è di ripetere le solite giaculatorie contro le società di rating, ma di capire perché queste, ancora oggi, possono dare voti agli Stati.

Il problema è di capire perché questa Europa, con il suo attuale assetto istituzionale e politico, non è stata in grado di far attribuire questo compito, ad esempio, al Fondo monetario, il quale appare come l’organo più adatto  per fare una valutazione sulle economie degli Stati e sulla loro solvibilità, ma soprattutto il problema è quello di capire se possiamo rimanere, ancora un minuto in più, prigionieri insieme ai francesi, agli spagnoli, ai portoghesi, ai greci, dei dogmi tedeschi e degli egoismi di questo Paese.

Se il loro governo, e se il loro popolo, non riesce a capire quanto l’Europa ha fatto per loro con l’unificazione, e quanto ha fatto per loro con la moneta unica, allora è tutto inutile.

La loro ricetta economica, basata solo sul rigore, in questa fase, peggiora la situazione e ha portato l’intero continente in recessione da cui sarà difficile uscire senza sostanziali correttivi.

Dobbiamo chiederci se la loro ricetta è quella giusta, dobbiamo chiederci se lo è non solo dal punto di vista economico e politico ma anche e soprattutto dal punto di vista morale. Le ricette tedesche non curano il male lo aggravano e per questo sono assolutamente sbagliate nell’immediato.

Per questo c’è un ritorno in Europa di un sentimento anti-tedesco. Noi siamo tra quelli che diciamo ai tedeschi: aiutateci in Europa a non far tornare alcuni fantasmi del passato. A tale proposito dobbiamo rivolgerci ai verdi, ai social-democratici, ai sindacati tedeschi, alla loro confindustria, e a quella parte dei cristiano-democratici e dei liberali che non la pensano come la signora Merkel. Dobbiamo dire loro con molta franchezza che ogni volta che hanno scelto la via della potenza dominante hanno subito delle sonore sconfitte, così come è accaduto nel 1918 come nel 1945.

La Germania deve ritrovare lo spirito del secondo dopoguerra con la rinuncia ai suoi sogni di potenza mondiale. Quei sogni erano improponibili nel secolo scorso e sono addirittura folli nel XXI secolo che con la globalizzazione vede la necessità di un Europa unita dal punto di vista politico e federale.

L’eccesso di rigore e di regole in questa fase storica è sbagliato, e lo è soprattutto se viene perseguito con gli stessi metodi del passato. Dogmatico e inflessibile nel rispetto delle regole da imporre agli altri.

Un progetto minuzioso e molto spesso non emendabile, che non tiene conto del contesto della crisi globale, né del comportamento delle altre aree monetarie, né dei problemi dei partners europei più deboli.

Quello che è accaduto nella prima e nella seconda  guerra mondiale sembra riproporsi nella guerra non dichiarata dell’euro.

È questo egoismo tedesco che ci ha fatto imboccare una strada per cui sono stati commessi errori ripetutamente, ogni volta, facendo in ritardo meno di quello che sarebbe servito, per poi dover fare di più e con un costo maggiore, rispetto a quello che sarebbe bastato la volta precedente. Salvare la Grecia sarebbe costato pochissimo rispetto a quanto si prospetta adesso ma l’egoismo ha prevalso, l’egoismo dei cosiddetti Paesi virtuosi a partire dalla Germania, per cui  un problema di 45 o 50 miliardi di euro è diventato un problema di 2 mila miliardi di euro, ed è in questo modo, caro Presidente Monti, che ci stiamo avviando verso il baratro.

Per quanto riguarda il Fondo Salvastati vorrei ricordarle che qualche settimana fa la signora Merkel, la stessa signora Merkel, ha rifiutato la proposta di Sarkozy di trasformarlo in una banca che avrebbe permesso di usufruire del moltiplicatore a leva e con la possibilità di accettare sue obbligazioni da parte della Banca Centrale Europea.

Il problema non è tecnico ma è esclusivamente e squisitamente ideologico e politico. Se la Germania ancora oggi, anch’essa sulla soglia della recessione, non ha ancora capito questa lezione allora, caro Presidente, dobbiamo prenderne atto e cambiare completamente linea.

Insomma Francia e Germania hanno continuato, da due anni a questa parte, a fare troppo poco e troppo tardi. La Germania, soprattutto, non si è resa conto che, se vuole essere il primo attore della politica continentale, se vuole la leadership, questa comporta anche delle responsabilità. Non si è resa conto del fatto che da quando esiste l’euro ha accumulato un crescente surplus con tutto il mondo ma soprattutto con gli altri Paesi dell’euro riguardo ai quali ha raggiunto l’impressionante attivo di 1.100 miliardi con un surplus nei confronti di Italia, Spagna e Francia veramente molto consistenti.

Tutto questo non è avvenuto solo a causa dell’aumento della produttività ma anche per il vantaggio che gliene è venuto dall’euro, per cui è stata eliminata la concorrenza di tutte le altre monete più deboli.

Il mondo della finanza angloamericana ragiona ormai da tempo sull’ipotesi di una piccola Europa omogenea e sull’ipotesi di un neo-marco o di un euro-marco centrato sul nocciolo duro della Germania.

Questa è l’ipotesi di lavoro di certa finanza angloamericana. Per esorcizzare questo non bastano vertici a ripetizione, comunicati congiunti, serve una politica e un’unità politica vera.

Standard & Poor’s ha segnalato un problema reale cioè quello che di sola austerity si muore e si muore indebitando ancora di più i Paesi ed esponendoli ad attacchi a cui poi non sono in grado di rispondere.

Non possiamo dire che il declassamento dell’Italia da “A” a “BBB+” è un fatto non importante, un fatto che è stato digerito in anticipo dai mercati, come dimostrerebbe l’andamento di alcune aste recenti dei nostri titoli pubblici. Bisogna prendere atto che siamo avviati sullo stesso sentiero  che ha travolto la Grecia, dopo la “B” esiste soltanto la spazzatura. Quello che ci dice Wall-Street è che bisogna smetterla con le aste truccate per cui la BCE presta fondi alle banche le quali poi li investono in buoni del tesoro. Bisogna finirla con questa finzione e con queste ipocrisie, la Banca Centrale Europea deve assumersi il ruolo che hanno tutte le altre banche centrali, diventando così come banca di ultima istanza.

Il disastro che si va delineando non è quello medio-grande che si è avuto con lo shock negli anni ’70, è una deflagrazione che in assenza di correzioni e di decisioni nette comporta la distruzione dell’eurozona e un disastro valutario molto simile a quello degli anni ’30.

Finalmente anche il mondo accademico si sta rendendo conto che le basi sulle quali era posto l’euro erano troppo fragili per sorreggere un’ambizione così vasta.

Il problema di un intervento illimitato della Banca Centrale Europea a sostegno dei titoli di Stato dei Paesi dell’euro, è difficile da ottenere e da solo sarebbe comunque insufficiente a ristabilire la forza dell’euro.

Infatti il maggiore impegno della Banca Centrale Europea deve essere accompagnato da altre azioni molto precise.

La BCE deve farsi carico del problema di stimolare la ripresa della crescita economica in Europa. Per farlo occorre che la Germania provveda a grossi piani di rilancio dell’economia e che la Banca Centrale deve abbassare i tassi di interesse invertendo completamente la prassi seguita in questi ultimi anni.

Bisogna abbatterli ulteriormente portandoli allo stesso livello di quelli americani. Deve inoltre impegnarsi ad accettare e assecondare la discesa del cambio dell’euro rispetto alle altre principali valute.

Per crescere l’Europa deve adottare bassi tassi  d’interesse per stimolare gli investimenti. Serve maggiore domanda, e un tasso di cambio favorevole alle esportazioni accompagnato da un sostegno attraverso le politiche fiscali. Quindi il problema non è solo quello di come salvare oggi i mercati dal disastro del debito pubblico, ma come aiutare i Paesi europei a crescere, e quindi crescendo attenuare i problemi del debito pubblico. È una strada lunga e impervia in fondo alla quale non può non esserci il perseguimento dell’obiettivo di una governance europea quanto meno dell’area euro e di un rilancio del progetto di unione politica del nostro continente.

 

COSTRUIRE AL PIU’ PRESTO IL GOVERNO DELL’EURO E AVVIARE LA COSTITUENTE PER LA FEDERAZIONE EUROPEA

Bisogna uscire da subito da questo asse franco-tedesco e puntare decisamente ad un governo della zona euro in grado di gestire un’autentica politica fiscale. Ciò non comporta variazione al momento dei trattati  ma è necessario solo un cambio di mentalità, l’Euro-Gruppo dovrebbe dotarsi di un ministero  europeo per le finanze. Il resto dovrebbe farlo il parlamento europeo. Abbiamo una Banca Centrale a cui erano stati dati poteri limitati ma che è evoluta in questi anni in un senso molto più ampio. Non abbiamo una vera e propria finanza europea e un vero tesoro europeo. Ora che però la crisi investe anche la Francia e lambisce la Germania, i governi troveranno la forza di superare i limiti delle loro azioni sin qui svolte e anche la cancelleria tedesca dovrà varare, insieme agli altri, la “tassa sulle transazioni finanziarie”, varare gli Eurobond e accettare il cambiamento del ruolo della Banca Centrale Europea.

Al Parlamento l’iniziativa di proporre una prima bozza di riforma costituzionale trasformando, nella fase transitoria, il consiglio europeo dell’eurozona in un governo europeo, convocando accanto al Parlamento una seconda Camera composta dai rappresentanti dei Parlamenti nazionali così da acquisire una maggiore legittimazione per il cambiamento delle istituzioni in senso federale.

Nel fare questo non bisogna solo guardare alla struttura federale degli Stati Uniti d’America perché le nostre nazioni non assomigliano agli stati americani.

Bisogna guardare a un federalismo di fatto, da mettere insieme nei prossimi due o tre anni, e prendere atto del mutamento dell’attuale assetto basato sulla Commissione Europea che ormai è andato definitivamente in crisi. La Commissione infatti non è un organo esecutivo legittimato ma solo un organo burocratico  e operativo.

I nostri stato-nazioni non sono monoculturali ne mono-linguistici, dobbiamo guardare alla Svizzera e magari all’India.

Gli euro-scettici pensano che questa sia un’utopia irrealizzabile e che andrebbe restituita la sovranità ai singoli Stati nazionali rinunciando alla moneta unica.

Tutto questo significa rassegnarsi a non giocare alcun ruolo nella globalizzazione e la disgregazione avrebbe costi enormi e relegherebbe i singoli Paesi in un ruolo del tutto secondario e insignificante nello scenario mondiale.

Sulla necessità di costruire un’Europa politica devono convincersi per primi gli Stati del nord, e soprattutto la Germania, che dall’euro ha ricevuto i maggiori benefici.

Per questo occorre una nuova classe dirigente e l’avvento di una nuova generazione, possibilmente quella di Erasmus.

Ormai esistono milioni di nuovi cittadini europei e questi andranno  via via sempre più aumentando. Bisogna costruire qualcosa di molto lontano e di molto diverso da quello che è un’Europa germanizzata che ci ha portato sull’orlo di questo baratro. Bisogna tornare all’Europa dei popoli e l’Unione deve diventare sempre più una democrazia fondata sulla solidarietà tra i popoli europei.

Il punto è che l’iniziativa non deve partire dagli Stati ma dal Parlamento europeo, chiamato a sancire i mutamenti  intervenuti nel ruolo della BCE, dell’Eurogruppo e nel ruolo della Commissione.

Il Parlamento per le prossime elezioni, nel 2014, dovrà convocare un organismo rappresentativo dei Parlamenti nazionali a cui dovrà essere affidato il compito di scrivere la Costituzione federale da sottoporre poi al giudizio definitivo dei popoli.

Tommaso Sessa

 

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