La ricetta di Draghi e il silenzio della politica


La prima relazione annuale di Mario Draghi, esposta all’assemblea generale della Banca d’Italia il 31 maggio, è contenuta in un testo piuttosto breve e appare di pronta lettura. In realtà i concetti, le implicazioni e soprattutto le integrazioni consegnate alle capacità e all’impegno del lettore rendono il testo complesso e richiedono applicazione. Dopo l’indirizzo di saluto ai partecipanti, il Governatore esprime piena consapevolezza del ruolo della banca e del compito che a lui personalmente viene richiesto. Ritorno al prestigio e leadership nel cambiamento costituiscono impegni precisi perché la banca possa svolgere il ruolo di consigliere autonomo e fidato del Parlamento, del governo e dell’opinione pubblica. La precisazione che l’opinione pubblica sia parimenti destinataria del consiglio dell’istituto centrale non è di scarso rilievo. Esprime, forse per la prima volta nella storia del paludato istituto, attenzione alla esistenza e alle esigenze della società civile. L’analisi è articolata intorno a due titoli principali che riguardano l’Italia, “Tornare alla crescita” e “Una finanza per lo sviluppo”. E’ subito precisato che l’economia italiana richiede stabilità finanziaria e sostenuti interventi straordinari e strutturali. La ripresa ciclica non consente di coltivare attese di risanamento, perché troppo alto è il debito pubblico e l’evoluzione demografica sfavorevole esercita un’influenza negativa.

Quest’ultima osservazione richiede precisazioni, perché non appare convincente che una comunità matura, afflitta da una congiuntura naturale sfavorevole, non sia in grado di generare meccanismi di soluzione o di contenimento del fenomeno. Lo sviluppo è necessario e costituisce priorità assoluta della politica economica italiana. Il Governatore ribadisce nelle conclusioni che “tornare alla crescita” non è opzione differibile ma l’obiettivo primo da perseguire con tutte le risorse. Vengono fornite varie ricette di intervento nel corso dell’analisi. Nelle conclusioni è precisato che “il raggiungimento di questi obiettivi richiede consenso sul disegno del futuro, concordia sull’azione del presente”. Le congiunture negative sono costanti, in particolare le tensioni geopolitiche, e i prezzi delle materie prime e dell’energia sono più che raddoppiati in termini reali in un triennio. Politiche monetarie e politiche di bilancio hanno offerto entrambe contributi operativi negativi, visto che “le politiche monetarie stanno ovunque divenendo meno accomodanti” e che “le politiche di bilancio non hanno finora colto l’occasione della crescita globale”. La prima osservazione riguarda banche centrali non europee, considerata la ricerca della stabilità perseguita dalla politica monetaria comune nell’area dell’euro. La seconda osservazione riguarda anche l’Italia, esposta e incapace sia di conciliare le esigenze di sviluppo con le risorse a disposizione, sia di sviluppare le risorse.

A fronte della rapida crescita di grandi economie emergenti, la crisi italiana è caratterizzata dal difetto di produttività, essendo cresciuto il prodotto ottenibile in Italia in un’ora di lavoro assai meno che altrove “oltre un punto percentuale in meno ogni anno, in media, rispetto ai Paesi dell’Ocse”. E’ precisato che “a causa del ritardo nell’adeguamento della capacità tecnologico-organizzativa delle imprese e del sistema, la produttività totale dei fattori si è ridotta, caso unico tra i Paesi industrializzati”. L’attribuzione di responsabilità è spalmata equamente tra imprese e sistema, composto da pubblica amministrazione, organismi di rappresentanza, sindacati e politica. “Rimuovere gli ostacoli alla crescita delle imprese è condizione necessaria per cogliere le occasioni offerte dalla globalizzazione dei mercati” quale “via per recuperare competitività internazionale e rilanciare lo sviluppo”. Mentre è precisato che nel lungo termine soltanto il progresso della produttività genera benessere economico, non è precisato che la produttività è funzione inversa dell’occupazione, particolarmente in una economia matura orientata alle produzioni tradizionali e non viene immaginato uno scenario di incremento della produttività rispetto alla forza lavoro.

Concorrenza e mercato, riconoscimento del merito, eliminazione dei privilegi sono azioni necessarie per il rilancio produttivo, complementari anche a scelte di equità. Sono indicazioni care al M.i.l.l.e. che, fin dal suo esordio, non si è risparmiato nel sostenere le categorie dell’impegno e dell’ingegno e della competizione, contro i privilegi e le distorsioni di mercato. Che della tutela del diritto di credito, quale motore della moderna economia di mercato, ha fatto insegna. Lavoro, istruzione, servizi, ambiente giuridico-amministrativo sono altrettante aree di intervento cruciale per rilanciare la crescita del Paese. Mi permetto di precisare: in tempi diversi e con costi diversi. L’ambiente giuridico-amministrativo non richiede investimenti e i risultati di un rinnovato impegno tanto dei ranghi giudiziari quanto dei ranghi amministrativi potrebbero essere immediati. Però bisogna volerlo, visto che “in Italia il sistema giuridico-amministrativo è stato a lungo indifferente alle ragioni del mercato”. E’ vero. Ne sono testimone come tanti altri avvocati. Colgo tuttavia l’occasione per segnalare in merito una recente, brillante e innovativa sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite che ha stabilito la precedenza delle ragioni del mercato, proprio con riferimento all’errato riconoscimento del merito di credito che abbia provocato distorsioni e alterazioni della concorrenza tra imprese.

Corretto il riferimento alla riforma del diritto fallimentare e alla ricerca di una più precoce emersione dello stato di crisi. Non è condivisibile la citazione della disciplina penale della legge fallimentare “ispirata ad una concezione punitiva del fallimento”, visto che la disciplina penale fallimentare ingorga i tribunali ma è sostanzialmente inapplicata malgrado la severità delle pene edittali. Mentre è vero che fosse punitiva anche per la collettività la disciplina liquidatoria delle imprese fallite. La nuova disciplina del concordato preventivo, propriamente applicata, produrrà evoluzione di mentalità in tutti gli operatori di giustizia e risultati utili per la collettività anche nel breve termine. La segnalazione dell’esigenza di una nuova finanza per lo sviluppo, con riferimento al rapporto di assoluto svantaggio per l’Italia nel confronto con altre economie sviluppate, costituita dalla raccolta di fondi sul mercato, provoca attesa ma costituisce anche motivo di incredulità perché i mercati si promuovono, si correggono, ma non si improvvisano, per un fatto di mentalità, di cattive abitudini, di radicati comportamenti degli imprenditori, anche autodistruttivi. Il Governatore dimostra di conoscere bene gli imprenditori italiani, timorosi di perdere il controllo dell’impresa e di affrontare gli “oneri connessi con gli obblighi di trasparenza delle società quotate, anche nei riflessi di natura fiscale”.

Ci sarebbe spazio per investitori istituzionali e fondi pensione, se l’imprenditore cessasse di considerare la banca male necessario, ma esclusivo socio di capitale. Analisi e auspicio sono pienamente condivisibili. Meno condivisibile è l’osservazione che l’espansione della liquidità internazionale e i bassi tassi di interesse abbiano provocato automaticamente l’incremento dei prezzi delle attività finanziarie e delle abitazioni, visto che l’incremento della domanda abitativa, causa della lievitazione, è stato il risultato di un’offerta dapprima vantaggiosa, in seguito scarsamente comprimibile. Il riconoscimento alla solidità e affidabilità del sistema bancario appare sentito più che dovuto, informato alla esigenza della collaborazione di sistema. Non manca qualche passaggio su passate inefficienze. Il nuovo Accordo di Basilea, il codice etico e la vigilanza dell’istituto centrale dovrebbero contribuire notevolmente al corretto funzionamento di sistema. Spero vivamente che ciò avvenga e che la vigilanza si dimostri più attenta almeno alle segnalazioni degli interlocutori professionali. Ricordo ancora che la segnalazione da parte mia di un merito di credito eclatante e del tutto ingiustificato, riconosciuto da una nota banca del nordest ad una impresa inaffidabile, foriero di non pochi guasti a carico di soggetti terzi, provocò la garbata e favorevole reazione di un funzionario addetto alla vigilanza, ma non molto di più. Analisi e ricette non vanno oltre l’enunciazione dei principi.

E’ compito degli operatori raccogliere indicazioni e sollecitazioni. Non sono segnalate le possibili partnership politiche ed economiche estere, né le circostanze che potrebbero favorirle o scoraggiarle. Ma questo non è compito del Governatore. E’ compito della politica, che da troppo tempo si dimostra inadeguata alle esigenze dei cittadini e al ruolo che il Paese potrebbe svolgere nel naturale contesto mediterraneo. L’impegno della politica, che il Governatore richiama di continuo nel corso dell’analisi e riassume nelle espressioni “consenso sul disegno del futuro, concordia sull’azione del presente”, non è eludibile. Rimane da chiarire se le espressioni possano esprimere una garbata indicazione per il governo di larghe intese che appassiona da qualche tempo alcuni esponenti della politica. Propendo per l’interpretazione negativa, considerata la riluttanza del Governatore a impegnarsi direttamente nella politica di cui si professa consigliere autonomo e fidato. Almeno fin quando l’estensore non vorrà rendere nota l’interpretazione autentica.

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