La prossima sfida del M.i.l.l.e. é il centro di politica economica


La Seconda Repubblica scricchiola sotto i colpi di maglio del conflitto tra apparati dello Stato, delle tante carenze di politica interna, del difetto di riconoscimento di alleanze bilaterali e multilaterali. Gli esponenti della politica nel frattempo si costituiscono in classe, a prescindere dagli schieramenti di appartenenza, e si sottraggono al controllo degli elettori.
La certificazione della arbitrarietà di scelta dei candidati è sopraggiunta con l’ultima legge elettorale che ha legittimato la nomina dei parlamentari da parte delle segreterie di partito. Gli elettori protestano, ma la classe politica si chiude in formazione e il sistema della cooptazione assume dignità parlamentare.
Dichiarazioni, scaramucce televisive e istituzionali, progettazioni senza finalità e senza risorse compongono il caleidoscopio di una politica che perpetua il proprio potere attenta a non cambiare nulla. La disinformazione impera sovrana. Giorno dopo giorno i cittadini apprendono che il terrorismo costituisce, secondo interpretazioni non isolate del diritto, legittima modalità di confronto militare, che la sicurezza nazionale è materia di competenza della giurisdizione ordinaria, che le riserve di intimità personale sono praticamente scomparse.
L’economia impegna regolarmente la stampa quotidiana, ma le notizie non offrono ai lettori il quadro della situazione e delle prospettive, che influenzano investimenti e disinvestimenti.

Gli operatori tendono ad accreditare l’impressione che le negatività accadano per forza di inerzia, per casualità, per il battito d’ali della farfalla nell’opposto emisfero. Non è così. Non è vero che le scelte volontarie, razionali, siano impossibili o destinate a cozzare contro le montagne degli interessi contrapposti.
Economia e politica economica sono due facce della stessa medaglia e si influenzano vicendevolmente, ma alla politica, alla volontà dell’uomo, alle scelte razionali compete il primato sulla casualità degli eventi. La bolletta energetica spinge al rialzo i costi della produzione. Non dipende soltanto dal petrolio, dai “mercati” esclusivi.
E’ fatto noto da sempre che l’affermazione dell’industria e dei consumi avrebbe provocato l’incremento della bolletta energetica. Eppure, malgrado la piena consapevolezza dell’evento e del fabbisogno, la politica di ieri e di oggi è rimasta inerte. Le aziende nazionali e locali del settore energetico sono enti di distribuzione.
Se il produttore taglia la fornitura, come è successo, queste attività, piccole e grandi, non valgono più niente. Il difetto di risorse naturali si allevia in campo energetico con scienza e tecnica. In Italia sono mancati investimenti strategici e strutturali in favore dell’energia. Sono state privilegiate, non di rado, con finanziamenti di tutti i tipi, aziende di altra natura, comunque estranee al settore, che hanno usato i finanziamenti come volano per generare perdite.

I trasporti, come è noto, non hanno brillato. Ferrovie dello Stato, Alitalia, Autostrade S.p.A. privatizzata e venduta dagli assegnatari con grande beneficio, porti e interporti carenti concorrono al deficit infrastrutturale di cui il Paese avverte gli inevitabili quanto prevedibili esiti. Qualche lodevole occasionale intervento viene deliberato ed eseguito, ma è regolarmente scollegato da una visione di insieme, dall’economia degli investimenti, dalle esigenze dei mercati.
L’esito degli interventi di risanamento delle imprese in crisi è ignoto a cittadini ed operatori e l’indagine economica sollecitata dal M.i.l.l.e. è rimasta lettera morta. L’ufficio competente del ministero competente si trincera dietro ad un poco anglosassone no comment. Eppure questi pretesi interventi di risanamento economico richiedono e convogliano risorse ingenti, inevitabilmente sottratte ad altri obiettivi.
Politica economica, economia, finanza, benessere personale, alleanze politiche e militari sono tessere del mosaico che riflette il sistema Paese. Ma la politica sembra non sapere e non capire e i cittadini subiscono la mancanza di iniziative utili.

Qualche centro studi di categoria si concentra, del tutto legittimamene, sulle esigenze di orientamento e di sviluppo della categoria a cui appartiene, mancando di partecipare al dibattito della politica sovraordinata a tutti i sistemi. Un centro studi di politica economica vivace, collegato con il Paese e con realtà analoghe di altri Paesi, aperto a recepire ed esprimere, dotato di cervelli non omologati, può svolgere un ruolo importante, di grande utilità per la società nazionale.
E’ questa la prossima sfida del M.i.l.l.e.

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