La guerra investe le banche

Modern metal Bank sign lettering fixed to a glass wall, with reflections in the glass.

La guerra asimmetrica, in corso nel mondo globale, ora riguarda ufficialmente anche le banche. Il teatro di guerra è variabile per definizione degli assetti mutevoli del conflitto di potere tra gli Stati e gli altri protagonisti, non statuali, soltanto apparentemente più deboli.

Le ostilità sono iniziate ben prima del crack di Lehman Brothers, che data 2009. Per rimanere, al momento, in Italia, la parcellizzazione del sistema bancario è iniziata negli anni 90, la legge sulla cartolarizzazione dei crediti è, infatti, degli anni 90, le fondazioni bancarie sono degli anni 90. Il grande spoglio è iniziato oltre 20 anni fa.

La politica, inizialmente ottusa o complice, ha capito, a un certo punto, che la situazione rischiava di andare oltre ogni capacità di controllo, e ha tentato di mettere qualche pezza a colori, con scarso successo. La penosa vicenda del Monte dei Paschi di Siena, su cui nessun Governo è intervenuto (se non per immettere risorse nel vortice del debito, contro ogni logica di impresa), ne è la prova provata. Data al 2007, ed è stata, quindi, preparata almeno 4 o 5 anni prima. Ci voleva un ottimo filtro, per dissimulare la spartizione del bottino. E non si crea in un giorno. Il terreno va preparato, gli esperimenti vanno fatti e le modalità di azione vanno affinate. Il piano, infatti, ha funzionato.

Poi, sono “emersi” i crack delle due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), che allignavano da tempo. Un Pubblico Ministero di Vicenza (una giovane donna coraggiosa) ha reso ampia testimonianza di questo. Banca Etruria e Banca Marche hanno coltivato crediti impossibili, che sono esplosi con diverso grado di notorietà a causa delle, fin troppo note, implicazioni politiche a carico di Renzi e Boschi, nel primo caso.

Nel frattempo, grandi e piccole banche hanno ceduto i crediti cosiddetti deteriorati (per i quali, in alcuni casi, non sono documentati tentativi seri di riscossione) a prezzo di saldo, spesso a favore di organizzazioni estere, ben liete di espatriare il succulento risultato economico. doBank, per dire, c’è andata in Borsa, moltiplicando così per enne l’utile di un esercizio.

Mentre accadeva tutto questo, il conflitto di potere ha investito anche la Banca d’Italia, una delle istituzioni più considerate e rispettate del Paese. Chi non ricorda i “furbetti del quartierino” e le dimissioni del Governatore in carica. Negli anni successivi è stata ristrutturata la Vigilanza, il cui esperto dirigente, Carmelo Barbagallo, in Commissione Banche, ha rimbalzato le responsabilità dei dissesti ora sull’organismo europeo, ora sulla Consob, che, a sua volta, nelle persone del Presidente dell’epoca, Giuseppe Vegas, del Capo dell’Ufficio Legale e del Direttore Generale, ha respinto le accuse al mittente.

Non si è fatta chiarezza, non c’è stato tempo e forse non c’è stata nemmeno voglia, ma il cittadino ha capito che le responsabilità sono distribuite tra tutti. Anche all’estero, nella Germania truffaldina, ma tecnocrate, del caso Volkswagen, le banche non hanno funzionato benissimo e sono in piena bufera. La materia è vasta e merita attenzione.

 

 

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