IOR nell’occhio del ciclone


Non c’è pace per lo IOR, Istituto per le Opere di Religione, che è, in realtà, la banca del Vaticano, versatile, un tempo spregiudicata, ora quanto meno discussa.

Negli ultimi mesi sono state reiterate le accuse di malversazione nei confronti di avventurosi agenti immobiliari, o sedicenti tali, che a Londra hanno fatto ottimi affari: per sé stessi. Negli anni scorsi è stata disputata e chiacchierata la leadership dell’Istituto, a cavallo con l’elezione di Papa Francesco.

Negli anni 80 l’Istituto è stato al centro dell’attenzione per una concatenazione di eventi contestati dalla Banca d’Italia e dal ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, che in Parlamento, sui fatti, presentò una relazione, poco gradita al suo partito di appartenenza, la DC. Che lo emarginò a lungo.

A causa di una consistente distrazione di fondi a favore di Solidarnosc, sindacato polacco antagonista dell’Unione Sovietica, l’Istituto non fu in grado di rispettare gli impegni ordinari. La gestione divenne un boccone assai ghiotto per la stampa mondiale e italiana in particolare. Si disse, ad un certo punto, che un noto prelato, insediato in posizioni apicali, fosse l’informatore di un settimanale scandalistico italiano, sempre ben documentato.

Il Vaticano mise in campo risorse consistenti e assunse iniziative di contrasto, ricorrendo a modalità di azione a dir poco opache. Indizi consistenti suggerivano, tra l’altro, l’esistenza di rapporti sotterranei intrattenuti dai vertici con organizzazioni malavitose.

Non fu un bel periodo per lo IOR, il Vaticano e la Chiesa, che, in fin dei conti, date le finalità dell’Istituto per opere di religione, aveva interesse e legittimazione a sapere e intervenire. Non è mai successo che le opacità si siano dissipate. E, ancora oggi, se ne vedono le conseguenze.

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