Il contributo ignorato dei terzisti


La cessione del controllo di Loro Piana per due miliardi di euro al gruppo del lusso di origine francese non è una tragedia nazionale, ma la concomitanza con altre cessioni eccellenti e soprattutto la disparità con gli acquisti italiani all’estero segnalano una sofferenza del sistema che merita attenzione sotto vari profili. Il ceto imprenditoriale italiano è prevalentemente composto da imprese piccole e piccolissime gestite dalle famiglie, che non accettano concentrazioni e non impiegano capitale proprio adeguato alla sfida del mondo globale. Il passaggio dalla seconda alla terza generazione è spesso traumatico.

Il mancato ricorso ai patti di famiglia, che pure era stato invocato come la soluzione, dimostra che il salto di mentalità è ancora di là da venire. Le multinazionali europee ed extra europee hanno pertanto gioco facile, salvo che nei casi di eccellenza tecnologica che vengono aggrediti in altro modo. C’è, tuttavia, una tara irrisolta nel processo di sviluppo delle piccole imprese che operano come terziste delle grandi firme del lusso.

Il contributo offerto alla qualità dei prodotti e all’affermazione del marchio non è sostanzialmente riconosciuto sul piano economico, con il risultato che le grandi imprese hanno utili perfino irragionevoli, consentiti dalla capacità organizzativa che le piccole imprese non sanno darsi. Eppure il contributo qualitativo, che non è fatto soltanto di design, scelta dei materiali e controllo di qualità, ma anche di capacità manifatturiera e di controllo in corso d’opera, è determinante.

Il mancato riconoscimento produce talvolta frizioni e fughe non autorizzate dei prodotti, molto più spesso crisi e fallimenti dei terzisti che non hanno affermato un proprio marchio e quindi una indipendenza imprenditoriale. La legislazione è rigorosissima, giustamente, nella tutela del marchio. E’ disattenta alle ragioni dei manufatturieri, privi di forza negoziale individuale e incapaci di organizzarsi.

Tra le associazioni di rappresentanza, la Cgia di Mestre, guidata da Giuseppe Bortolussi, ha dimostrato un notevole livello di attenzione per i terzisti, che in Veneto, così come nelle Marche e in Toscana, costituiscono il nerbo della struttura imprenditoriale. Una adeguata rappresentanza di interessi, sostenuta dalle ragioni del diritto e dell’economia, potrà provocare una progressiva inversione di tendenza, consentendo ai terzisti di raccogliere un risultato commisurato al contributo offerto ai grandi marchi, il cui valore si concretizza nel momento della capitalizzazione.

Alcune grandi firme, per la verità, come Tod’s e Cucinelli, si dimostrano attente alle ragioni dei terzisti oltre che dei dipendenti e i benefici si spargono nella località di appartenenza. Bisogna auspicare che questa attenzione si estenda alle esigenze del territorio, limitrofo e meno limitrofo, che in questo momento consistono particolarmente nella strutturazione e infrastrutturazione di zone baciate dalla fortuna per dislocazione e prospettive, ma compromesse dai veti incrociati della politica, dalla lentezza burocratica e dalla insufficiente pressione delle organizzazioni di impresa.

Un territorio ben noto al NuovoMille è il comune di San Benedetto del Tronto, che in prossimità del comune di Monteprandone e del casello autostradale offre prospettive di sviluppo alla regione Marche e alla regione Abruzzo che non vengono colte dalle amministrazioni e dal ceto imprenditoriale locale troppo impegnato nei conflitti di bassa lega e nelle questioni ereditarie.

Della Valle e altri imprenditori di livello nazionale, non  molti purtroppo, potrebbero intervenire, nell’interesse di quei cittadini che la politica ricorda soltanto in prossimità delle tornate elettorali, per contribuire allo sviluppo dei territori e delle imprese che, nonostante tutto, ancora resistono, pagano stipendi, coltivano qualche progetto, ma non hanno visione di medio e lungo termine. Forza Cgia di Mestre, forza Della Valle, forza Cucinelli!

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