Fortuna dei Benetton a rischio

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La famiglia Benetton ha decisamente perso popolarità dal crollo del ponte Morandi, agosto 2018. Ed è un eufemismo. Perché, in effetti, la responsabilità del crollo, che a qualcuno dovrà essere attribuita in maggiore o minore misura, non essendosi trattato di un fenomeno naturale imprevisto e imprevedibile, si è subito estesa, sui giornali, dalla società, titolare della concessione, alla famiglia, titolare del controllo.

I Cinque Stelle hanno cavalcato la sciagura per riacquisire lo smalto giustizialista degli albori. Bisogna dire che la reazione della società e della famiglia, almeno nei primi tempi, è stata inadeguata. Poi, come sempre accade, è piovuto sul bagnato.

Le Jene hanno scoperto che anche con i distributori delle magliette, portatrici del marchio e del nome, la famiglia non è stata tenerissima negli ultimi anni. E se qualcuno volesse intervistare i produttori terzisti delle magliette, che hanno fatto la fortuna del gruppo con il volano del commercio, potrebbe chiedersi se la riconoscenza sia la cifra della famiglia. Che macina miliardi dalla terziarizzazione e finanziarizzazione delle attività, in particolare, dalla privatizzazione di Autostrade, a fine anni 90.

Di certo, l’impero Benetton ora è a rischio, non tanto o non solo per la responsabilità morale del crollo, che la campagna di comunicazione, iniziata in affanno e in ritardo, non è riuscita a scrollargli di dosso. Quanto per il riflesso economico del crollo, che è destinato a generare perdite dirette e indirette sulla società titolare della concessione e sul gruppo. Per una serie di fattori, che, finora, apparentemente non sono stati valutati, come, invece, meriterebbero.

Li ha segnalati, indirettamente, Vito Gamberale, manager e finanziere, nell’articolo “La revoca (della concessione, ndr.)? Punitiva per tutti i soci”, pubblicato dal Corriere della Sera il 3 gennaio.

Gamberale premette che “il processo sarà la sede in cui maturerà la verità più prossima alla realtà” e aggiunge che “una giustizia di piazza avrebbe la grave responsabilità di indebolire e inquinare il processo di merito oltre che attenuare l’emergere delle vere responsabilità”, compromettendo nel frattempo l’investimento degli azionisti di minoranza, tra cui si trovano sia piccoli risparmiatori, che investitori istituzionali.

Non dice Gamberale, ma traspare dalla sua breve analisi, che gli azionisti di minoranza, di certo non responsabili della gestione e del crollo, su qualcuno cercherebbero di rifarsi, e questo qualcuno, oltre al management e ai controllori a vario titolo, non può che essere l’azionista di controllo, che ha contribuito a determinare l’indirizzo e ha beneficiato dei risultati economici, tanti miliardi in quasi 20 anni di proprietà e gestione.

Gamberale dice, a ragion veduta, essendo stato amministratore delegato di Autostrade nei primi anni della privatizzazione, che “la privatizzazione di Autostrade creò uno slancio di rinnovamento, di attenzione alla sicurezza, ai servizi, al dialogo con lo Stato, con le istituzioni”.

 Non dice, però, ma qualcuno lo dirà presto a gran voce, che proprio la privatizzazione, entrando nel processo, segnerà un punto a favore delle posizioni più critiche nei confronti della famiglia Benetton, che, investendo poco, ha tratto dal cespite privatizzato guadagni che un bravo speculatore si augurerebbe di poter fare, rischiando. Mentre i Benetton non hanno rischiato nulla. Finora.

 

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