Finanza e attività produttive un nuovo piano internazionale


Economia e finanza sono categorie in rapporto dialettico, talvolta convergente, più spesso concorrente. Due notizie apparse nei giorni scorsi sulla stampa nazionale sotto i titoli “L’industria non può fare tutto da sola“ (Il Sole 24 Ore), “Le borse mondiali hanno bruciato tutti i guadagni del 2006: è un orso?” (Il Mondo) consentono un approfondimento del rapporto tra le categorie e qualche riflessione su quanto e come la finanza intervenga nelle attività produttive. Il primo articolo mette a confronto industria e servizi di Italia e Gran Bretagna sostenendo che “il peso del settore della trasformazione va rimpicciolendosi in tutti i Paesi di antica industrializzazione: sono i servizi a essere l’elemento trainante di un’economia moderna” e sollecita il governo Prodi a “preoccuparsi di fare una Finanziaria decente, ma ancora di più di affrontare con liberalizzazioni e disboscamenti normativi quella che è la vera fatica di crescere dell’economia italiana”. Il secondo articolo annuncia che “paura dell’inflazione, dei tassi di interesse e il crollo delle merci hanno scatenato le vendite, eppure la ripresa economica continua”.

L’economia è scienza e processo di eventi che si svolgono nella società e consistono di produzione, scambio e consumo. I fenomeni, semplici nelle società meno sviluppate, complessi nelle società più evolute, vengono studiati dagli economisti che, particolarmente negli ultimi decenni, hanno cercato di stabilire le relazioni tra quantità. Come una produzione possa influenzare il comparto di appartenenza, come il consumo influenzi le scelte di impresa. La politica economica attiene alle scelte di governo dell’economia per migliorare e incentivare la produzione e con essa lo sviluppo della società ed equilibrare i consumi. Scelte e modalità applicative riducono o dilatano il ruolo dello Stato e della classe dirigente rispetto alla libera iniziativa economica e alle libertà dei cittadini. La società liberale tende a circoscrivere l’invadenza della classe dirigente fissando argini invalicabili, pena lo snaturamento della società. La società marxista potenzia la nomenclatura e sovrasta il cittadino limitandone le scelte. In una società chiusa, autarchica, non soggetta per definizione a influenze esterne, le esigenze fondamentali vengono soddisfatte mediante il ricorso a risorse endogene e la moneta viene battuta per consentire gli scambi. Ricchezza e povertà sono il risultato diretto, conseguente, delle capacità, della intraprendenza, dell’ingegno nelle attività personali. L’intervento pubblico si esaurisce nell’approntamento delle regole, nel controllo, negli aggiustamenti perequativi, oppure si esprime attraverso forme di sollecitazione e di partecipazione alle iniziative economiche.

La leva finanziaria, che in una società disciplinata non dovrebbe andare oltre la scelta del saggio di interesse e la commisurazione di tasse e imposte, consente interventi immediati nell’economia tramite la disponibilità del capitale e la redistribuzione dei proventi nel momento della produzione del reddito o nel momento del consumo. In una società aperta saltano i parametri fissati dalle regole, tra cui costo del lavoro e rispetto delle priorità inventive rappresentate da marchi e brevetti, ed iniziative e risultati economici subiscono influenze eticamente e giuridicamente illegittime ma soprattutto devastanti sul piano economico. Le iniziative politiche di contenimento di questi fenomeni con effetti dirompenti per la solidità delle società più evolute, sono battaglie di retroguardia con esito prevedibile. Se non intervengono elementi di novità, nel rapporto tra un’economia matura e un’economia in via di sviluppo il confronto si esaurisce nel tempo con la soccombenza dell’economia matura.

Gli elementi di novità che consentono vantaggio competitivo sono ricerca, tecnologia, intraprendenza, sostegno politico, ritorsione. Tutti elementi che fanno difetto alla società italiana di questi anni, non per incapacità endemiche dei componenti, quanto per le manchevolezze del personale politico, che hanno prodotto intrecci distorsivi fomentando campanilismi e guerre tra poveri all’insegna del divide et impera. Nel contesto allargato appena descritto il confronto tra economia italiana ed economia britannica richiede una lettura più proficua, così come la tendenza al ribasso delle Borse mondiali. L’analista del quotidiano economico nazionale ha cura di informare i lettori che la produzione industriale è modesta tanto in Italia quanto in Gran Bretagna, ma che “sono i servizi a essere l’elemento trainante di un’economia moderna” e aggiunge che non è necessario rinunciare all’industria “che deve solo cambiare pelle attraverso produttività e innovazione e per fare questo ha bisogno di un terziario moderno ed efficiente… Il rapporto annuale dell’ISTAT sottolinea come le imprese che vanno meglio sono quelle che acquistano più servizi all’estero”. C’è una contraddizione intrinseca alla tesi sostenuta: che i servizi costituiscano la cifra della moderna produzione industriale e implichino la differenza tra le due economie evolute poste a confronto.

Non soltanto perché produttività e innovazione non sono servizi all’impresa, essendo piuttosto un modo di fare impresa, ma perché non è affatto vero che i servizi possano esprimere vitalità autonoma e indipendente dall’industria, di cui costituiscono corredo necessario, e soprattutto perché l’acquisizione all’esterno (o all’estero) dei servizi non può costituire di per sé la panacea di tutti i mali come viene suggerito dall’analista ai lettori. Tanto è vero che il brillante settore terziario britannico non supplisce alle carenze dell’industria di casa, che dimostra dal 2000 al 2006 un andamento analogo all’industria italiana, in flessione leggera ma costante. Mentre è vero che i servizi britannici vendono bene all’estero e sono acquistati in non modiche quantità anche in Italia.

Curiosamente la spesa italiana per consulenze professionali estere ammonta a vari miliardi di euro, come se, in particolare, la società professionale britannica degli avvocati, commercialisti, contabili, banchieri di affari, fosse molto più evoluta, quanto a capacità personali, della corrispondente società italiana. Circostanza del tutto non plausibile, come risulta a chi abbia studiato in Inghilterra e intrattenga relazioni professionali all’estero. Tuttavia è vero che la Gran Bretagna riscuote notevole successo economico al di fuori dei confini naturali, per la pervasiva capacità finanziaria o più esattamente per la capacità di controllo di tanta finanza nel mondo. Non si tratta di capacità che si acquisisce con lo studio o l’applicazione e non richiede un ingegno particolare. E’ piuttosto un know how, una tecnologia virtuale, una predisposizione naturale alla guerra da corsa, un software che, di generazione in generazione, consente alla Gran Bretagna, ma soprattutto all’Inghilterra e a Londra in particolare, di eccellere nella materia, traendo vantaggio, in territorio estero, dalle iniziative altrui. E’ una rendita di posizione, contenuta ma non troppo, da altre piazze finanziarie dei due estremi del globo.
La finanza di per sé non produce, ma consente, incrementa o riduce la produzione. Il costo della finanza si riflette più o meno visibilmente, più o meno efficientemente, sul risultato dell’attività di impresa. La finanza interviene anche negli investimenti privati influenzando il corso di Borsa, se l’intervento è massiccio.

Le titolazioni giornalistiche sono inesatte e incomplete quando riferiscono di crolli del mercato e di guadagni bruciati, perché non mettono in rilievo che la perdita di un investitore corrisponde al guadagno di altro investitore. La Borsa funziona così. Chi scende e chi sale. Chi guadagna e chi perde esattamente nella stessa misura, tolte le commissioni per gli operatori che non perdono mai qualsiasi cosa avvenga. Orso e Toro sono il risultato di attese umane talvolta ingiustificate dalle circostanze. C’è una finanza che costruisce attività di impresa destinata a generare risultato e lavoro e una finanza che premia pochi e punisce molti, che svolge un ruolo talvolta utile alla comunità, talvolta disutile.

Un grande impegno finanziario utile, utilissimo, fondamentale per l’Europa, venne svolto dal Piano Marshall, che, nel secondo dopoguerra, impiegò ingenti risorse finanziarie statunitensi nella ricostruzione degli Stati devastati dalla guerra. Fu una operazione politica ed economica, non solo finanziaria, importante. Fu una operazione umanitaria di primario rilievo, che consentì in pochi anni di generare ricchezza e fratellanza tra popoli memori delle profonde lacerazioni del conflitto mondiale appena cessato. Il ritorno politico per gli Stati Uniti fu enorme e la cultura del nuovo mondo si diffuse di pari passo, generando comportamenti imitativi di tutti i tipi attraverso vie misteriose anche in paesi sottratti alla influenza mediatica della stampa libera. Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno provocato consenso e dissenso per la politica estera statunitense, ma comunque, un isolamento del Paese che ancora non esce dalla sindrome dell’11 settembre. Un nuovo progetto internazionale fondato su cultura, scambi commerciali e intese politiche su visioni prospettiche condivise, potrebbe generare una nuova era di fratellanza tra popoli che diversamente potrebbero tornare a coltivare insensati quanto pregiudizievoli particolarismi nazionali.

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