Commento all’articolo di Elena Beccalli sulle banche


Abbiamo letto con interesse l’articolo di Elena Beccalli, preside della facoltà di scienze bancarie dell’Università Cattolica, pubblicato dal Sole 24 Ore con il titolo “La responsabilità sociale della finanza”.

L’autrice si interroga sulle responsabilità della finanza (e delle banche) in questo momento storico, che certamente non è dei più felici per l’Italia. Reduce dalla crisi del 2007/2008, impegolata ora negli effetti della disastrosa gestione sanitaria ed economica della pandemia.

 Che fare, si chiede l’autrice, vista “la mancanza di fiducia da parte dell’opinione pubblica nei confronti di imprese e banche”?

Dopo un dotto riferimento all’esperienza ottocentesca delle casse rurali scozzesi, con sguardo critico alla “creazione di valore come creazione di rendimenti per i soli azionisti”, la Beccalli suggerisce “una nuova concezione della tutela sociale che permei i valori di riferimento e il modello di business della banca” e disegna la prospettiva di un contesto sociale, in cui “l’opinione pubblica ha essa stessa una responsabilità nel creare sensibilità sulla tutela sociale per riorientare la creazione di valore”. 

Se anche noi rientriamo nell’opinione pubblica, informiamo con piacere l’illustre autrice di avere fatto del nostro meglio, ma con scarso successo, per contribuire alla correzione di un sistema largamente deviato, perfino dalla banale creazione di valore per gli azionisti (che già non sarebbe male).

Molte banche – come tutti sanno – indisturbate per lunghi anni hanno creato, in realtà, disvalore per gli azionisti, i clienti e la collettività, in favore di destinatari visibili e altri molto meno visibili. Su cui non c’è verso di accendere un faro, malgrado la legge assista, in teoria, i diritti delle vittime.

Per andare sul concreto, i nostri legali di riferimento, nell’interesse di una vittima della ex Banca Popolare di Vicenza, hanno chiesto a SGA, società del Tesoro, cessionaria dei crediti delle due Banche Venete dissestate, di intervenire, a norma di legge, nelle azioni legali di recupero del maltolto. Hanno provocato solo sconcerto: ma come si sono permessi!

Poi SGA ha cambiato nome ed è entrata nel mercato più vasto dei Non Performing Loans. O, almeno, così sembra.

In effetti, il mercato dei crediti ceduti dalle banche, dal 1999 in poi, cioè dall’introduzione della legge sulla cartolarizzazione dei crediti, fortemente voluta dall’allora Banca di Roma per ragioni sue, è stato un disastro. Le banche hanno perso centinaia di miliardi dei clienti, recuperati in gran parte – per quanto se ne sappia – dalle società cessionarie dei crediti. Tutto risparmio privato, ma di interesse pubblico (ora più che mai), ceduto, in alcuni casi quasi regalato, a società private, spesso estere, che banchettano da anni con le spoglie del sistema bancario e finanziario italiano.

La Banca Centrale, nel frattempo, si rifugia dietro al passaggio di consegne della vigilanza alla BCE e le banche, controllate dalle fondazioni, rispondono a sé stesse. E’ stata una lunga marcia, dal 1981, dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro a oggi, passando per le fondazioni e la cartolarizzazione dei crediti. Ma, finalmente, il cittadino, cliente, risparmiatore, elettore, nel silenzio generale è stato esautorato.

Per dire, che il cittadino può anche avere opinioni illuminate e, magari, darsi da fare nell’interesse generale, ma se legge e giustizia non soccorrono, non c’è niente da fare. Con buona pace di Giuseppe Toniolo, economista eccellente, venerato dalla Chiesa di Roma, citato nell’articolo.     

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