Colonialismo digitale: benefici a caro prezzo


Secondo le ultime stime la gestione e la custodia dei cosiddetti “Big Data”, entro il 2050, saranno svolte quasi esclusivamente da enti privati, anche per quanto riguarda quelli di appartenenza governativa e delle pubbliche amministrazioni (in Italia già avvenuto con lo SPID, dove il sistema è gestito per la maggior parte da società private).

Questo dato non crea di per sé allarmismi, ma denota un cambiamento epocale per gli equilibri sociali, politici, economici, di competitività e di conflitto. L’interesse pubblico, così facendo, verrà sempre di più custodito dal privato.

Con il termine Big Data si intendono grandi volumi di dati, strutturati e non strutturati che circolano nella realtà virtuale mondiale (dove vengono stoccati). Insomma, altro non sono che tutti i dati (di qualsiasi tipologia) che ognuno di noi crea quotidianamente (una transazione in un negozio, una cartella clinica, un messaggio, un documento di identità, un accordo tra imprese e così via) e che finiscono in grandissimi contenitori. Sta poi agli enti che li detengono sfruttarli al meglio per un utilizzo sociale o economico (su cui si aprono fronti di principi morali).

In ogni caso, il Big Data è considerato l’oro del presente e del futuro, dal momento che garantisce a chi detiene i dati, posizioni di vantaggio economico e potere.

Attorno ai Big Data, poi, orbitano due questioni fondamentali: da un lato la loro custodia ed utilizzo, dall’altro la trasmissione e la circolazione di queste informazioni, che sono fondamentali all’economia mondiale.

Ed è proprio riguardo alla circolazione-trasmissione nella realtà digitale di tali dati che si stanno verificando i primi scossoni agli equilibri mondiali. Il potere inizia ad essere misurato e trasmesso tramite la dimensione cyber (di rete) e chi ha i dati e le infrastrutture di comunicazione (cavi e satelliti) ha lo scettro del comando.

Se fino a qualche anno fa si assisteva ancora alle invasioni di territori per scopi economici o di “peace keeping”, con l’avvento del mondo digitale tutto ciò sta iniziando a mutare (ma non a scomparire). Il futuro sarà condensato da “territorializzazioni digitali”, cioè sistemi fisici ed infrastrutturali che consentiranno agli ecosistemi economico-sociali di essere interconnessi con altri territori, abbattendo i confini nazionali, e creando nuovi limiti territoriali e di potere, su cui si baseranno i nuovi conflitti.

Infatti, le grandi infrastrutture digitali vengono costruite fisicamente valicando i grandi continenti da imprese private, le quali ne detengono non solo la gestione ma anche la proprietà. Ciò comporterà la possibilità di usare tali infrastrutture come strumenti di dominio nei confronti delle nazioni che interconnetteranno, fino ad invaderle economicamente (grazie al commercio digitalizzato), con scopi prevalentemente privati e speculativi.

Proprio recentemente Google e Facebook hanno dato vita ad una partnership per la posa di due cavi sottomarini (Echo e Bifrost), che connetteranno direttamente gli Stati Uniti all’Indonesia. Questi cavi aumenteranno la capacità del traffico dati del 70% nell’area transpacifica, sviluppando l’economia, il benessere ed il progresso sociale, creando non pochi grattacapi alla Cina, che attualmente è il leader digitale di quell’area.

La stessa situazione si è verificata tra il Brasile ed il Cameroon, dove la cinese Huawei ha attivato un cavo sottomarino che, connettendo i due paesi, porterà una maggiore capacità di flussi di dati in tutto il Sud America (con benefici anche per la costa atlantica africana).

Tali operazioni, ancorché siano utili al progresso mondiale, in realtà modificano gli equilibri delle nazioni, relegando anche la geopolitica ad un livello molto ridimensionato. In parole povere, per “comandare, influire e fare pressioni” su una nazione (specialmente se in via di sviluppo o emergente) basterà minacciare di staccare la spina e a prendere questa decisione, non sarà uno Stato, ma una società privata.

Insomma, l’avvenire sarà sempre più performante e confortevole, ma a che prezzo? Basterà lo switch-off di un cavo per rallentare anche del 30% tutto il sistema economico, sanitario, di sicurezza pubblica ecc. di una nazione.

Questa situazione ha un nome: colonialismo digitale. Una nuova forma di colonialismo, poco conosciuta e poco divulgata, che passa anche tramite le piattaforme social, i sistemi interbancari (come i computer CHIPS) e, paradossalmente, anche per il tramite degli influencers grazie ai brand industriali che li sponsorizzano.

Il vero problema, per ora, è prevedere delle contromisure, anche perché il law enforcement non ha gli strumenti per arginare una minaccia estremamente trasversale, asimmetrica ed in forte crescita. L’unica possibilità di contenimento è aumentare la collaborazione con aziende private e professionisti così da aumentare il controllo dei flussi di dati, tanto nella realtà virtuale che in quella infrastrutturale.

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