Caso ATAC, concordato, insussistenza delle condizioni economiche

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Abbiamo scritto che l’ATAC non può essere ammessa, per sua natura, prima che per l’insussistenza delle condizioni oggettive dell’attività, al concordato preventivo, e, per serietà e concretezza, abbiamo sottoposto la nostra opinione alla Corte dei Conti, con l’intento di prevenire il danno erariale. Offriamo altri elementi al dibattito per dimostrare anche il difetto di praticabilità economica del cosiddetto risanamento, in base agli elementi di pubblico dominio. Fermo restando che insistiamo a chiedere di leggere quello che gli esperti hanno scritto nel piano e altrove, in merito alla natura della società e alla sua ammissibilità alla procedura di concordato.

Il Comune di Roma ha postergato il proprio credito nei confronti dell’ATAC all’anno 2036, in concreto trasformando un diritto in una mera scrittura contabile. Evidentemente qualcuno ha detto alla Sindaca che il volume delle passività non consente il risanamento e che il concordato così non è accessibile. E la Sindaca ha avuto la bella pensata di postergare (si potrebbe anche dire, di cancellare, vista la data di scadenza) il credito, senza chiedersi se l’Assemblea Capitolina abbia il potere di rinunciare alla gestione del credito, affidando il destino della società partecipata ad una finzione giuridica ed economica.

La domanda che poniamo alla Sindaca è molto semplice: si tratta di soldi suoi, a cui può liberamente decidere di rinunciare, o di soldi della Città di Roma? Che, tra l’altro, è indebitata fino al collo, e, quindi, in effetti, i soldi sono dello Stato e delle banche. L’adozione di forme legali (nella circostanza, la delibera dell’Assemblea Capitolina, ma potrebbe essere una legge dello Stato o un provvedimento della Pubblica Amministrazione o dell’Autorità Giudiziaria) non trasforma, in atto lecito complesso, una sequenza di atti e fatti, ciascuno dei quali non presenta la caratteristica della piena rispondenza ai requisiti di legge. Nel caso dell’ATAC la postergazione/cancellazione del credito non cambia la natura della società e, alterando artificiosamente lo stato patrimoniale, non contribuisce alla prospettiva di risanamento dell’attività di impresa.

Il piano di risanamento di una qualsiasi impresa dissestata deve contenere, in sé, sulla base dei dati economici e della capacità di gestione, sia della dirigenza, sia del socio di controllo (il Comune di Roma, nel caso ATAC) la prospettiva del perfetto funzionamento, che comprende anche la redditività e, quindi, la capacità di investimento, con mezzi propri. La Cassazione è molto chiara su questo aspetto decisivo di qualificazione della società a controllo pubblico. Anche la produttività naturalmente deve essere misurabile, sulla carta, in base alle variazioni (non immaginifiche) della gestione, previste dal piano. Altrimenti, l’alterazione artificiosa si trasforma in un bagno di sangue per la società e per l’utenza.

La Sindaca, secondo noi mal consigliata, quanto meno nella prospettiva dell’interesse pubblico affidato alla sua funzione, al fine di ascriversi il merito politico del “risanamento” della società pubblica dei trasporti, provocherà un danno all’utenza (i cittadini romani e i turisti) e alle casse della Città. Confidiamo in una illuminazione.

 

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