Carenza di un modello industriale


L’emergenza sanitaria ha messo in evidenza la precarietà del modello economico adottato dalla politica italiana negli ultimi 30 anni. Sempre che di scelta ponderata si sia trattato. Noi propendiamo a ritenere che la politica abbia subìto l’influenza delle circostanze, magari provocate da fattori estranei al pianeta delle attività d’impresa, e non abbia adempiuto alle sue funzioni di allestimento del contesto operativo e di tutela del patrimonio produttivo.

In sostanza, sono mancate e mancano le infrastrutture materiali e immateriali che servono alla produzione e al commercio, gli imprenditori non sono stati difesi quando sarebbe stato necessario e il risparmio privato, canalizzato alle attività economiche soprattutto dalle banche, ha costituito oggetto di incursioni predatorie. C’è ancora, però, un patrimonio collettivo da difendere e la politica continua a fare male il suo mestiere. Perché non assiste le imprese meritevoli di credito garantite dal decreto legge che dispone misure urgenti in materia di accesso al credito, di cui scriveremo presto, e perché condiziona mediante le carenze infrastrutturali le libere iniziative economiche.

Insomma, tutto il contrario di quello che dovrebbe fare la politica industriale di un paese ad economia avanzata come, malgrado tutto, è ancora l’Italia.

Negli ultimi giorni hanno parlato di politica industriale Prodi e Zingaretti. Ma Prodi ha distrutto una gran parte del patrimonio produttivo perché lo voleva l’Europa e Zingaretti è l’epigono di quel partito che odiava e massacrava con la burocrazia il tessuto piccolo e medio imprenditoriale e contribuiva a fare le leggi per assistere le grandi imprese più generose con la politica (e i politici).

Il modello economico che, nelle cose, si era andato formando negli anni del boom (passaggio dalla ricchezza agricola alla ricchezza industriale), è stato progressivamente demolito a favore dell’impiego di stato e della spesa clientelare in misura del tutto anomala. E ora l’Italia ne sta pagando le conseguenze, mentre la politica continua a non voler capire e a fare male il suo mestiere. Cosa deve fare la politica nell’immediato? Mettere in cura dimagrante la parte improduttiva quel tanto che serve per restituire il maltolto alla parte produttiva. E mettere mano alle infrastrutture immateriali, che – volendo – possono essere adeguate prontamente, mentre quelle materiali vengono realizzate.

Un programma semplice, se ci fosse volontà politica.    

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