Capacità e struttura, il pretesto dei grandi studi professionali

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 Il fatturato di categoria degli avvocati è notevolmente aumentato negli ultimi due/tre anni, recuperando rispetto agli esercizi peggiori dall’inizio della crisi economica. 13 miliardi rappresentano l’ultimo dato verificato (esercizio 2016). Nel frattempo, sono aumentate le cancellazioni dall’albo in tutta Italia e non sono state adeguate le iscrizioni alla Cassa Avvocati. Il fatturato professionale medio è decrescente, è attestato su circa 30 mila euro. Tolte le spese necessarie e pagate le tasse, il guadagno netto individuale è al limite (o sotto il limite) della sopravvivenza.

Il confronto tra il fatturato globale e il risultato medio nazionale segnala la concentrazione della ricchezza di categoria (circa metà del fatturato globale) negli studi aggregati (che rappresentano soltanto il 10 per cento della categoria), i cui primi 3 (BonelliErede, Chiomenti e Gianni, Origoni, Grippo e Cappelli), incassano circa mezzo miliardo e i primi 10 superano il miliardo. Altri 5/5,5 miliardi, a concorrenza della metà del fatturato globale, sono distribuiti tra gli studi di seconda e terza fascia, che, ogni anno, acquisiscono quote di mercato in danno degli avvocati meno organizzati, che li seguono nella classifica, e non in danno degli studi che li precedono, a conferma della tendenza alla crescita degli studi dotati di organizzazione e capacità di marketing dei servizi.

Fin qui, si direbbe che la categoria degli avvocati non fa eccezione alla regola, che struttura, capacità e prossimità all’utenza, siano vincenti rispetto alla tradizione artigiana del professionista individuale. Due altre caratteristiche del mercato di specie, tuttavia, smentiscono la regola. La distribuzione all’interno dei grandi studi è fortemente sperequata in favore dei soci anziani (alcuni dei quali hanno redditi personali dichiarati di 10 o 20 milioni), a prescindere dalla effettività della prestazione professionale, per cui accade che l’avvocato meno pagato svolga la prestazione richiesta e il socio anziano incassi il risultato sostanziale (con un differenziale di milioni, ingiustificato sotto il profilo della capacità personale e dell’avviamento), e l’utenza, costituita, per lo più, da grandi e medie imprese, nazionali ed estere, a controllo pubblico o privato, da banche e assicurazioni, da istituzioni nazionali e territoriali, è impermeabile alle nuove offerte di servizio, sia pure competitive.

L’affidamento personale all’avvocato di fiducia (l’intuitus personae) è di solito la risposta al quesito che propone la verifica di liceità concorrenziale. Ma molti risultati professionali noti, incongrui con la qualità (pretesa) degli studi, smentiscono anche questa risposta, che assume, pertanto, la veste dell’alibi. È il caso, ad esempio, dei dissesti Parmalat, Seat Pagine Gialle e Monte dei Paschi (ma la lista potrebbe aumentare significativamente). Le modalità dei dissesti, uno dei quali (Seat Pagine Gialle) è a noi ben noto in tutti i suoi aspetti, contrastano con la qualità delle prestazioni e l’attendibilità, sotto vari profili, dei professionisti impegnati. Eppure, non sembra che la grave disavventura abbia scalfito l’avviamento, distogliendo l’utenza in favore di altri studi, magari in favore dei professionisti meno organizzati, ma non meno capaci, che hanno svelato il dissesto e denunciato le cause.

Le organizzazioni professionali, che hanno concorso a orchestrare la dannosa operazione a leva finanziaria del 2012, sulla base di dati inattendibili (uno dei quali l’avviamento, inconsistente, ma appostato in bilancio per quasi 2 miliardi, di Seat Pagine Gialle, alla data dell’operazione), hanno incassato, in pochi mesi, circa 100 milioni di parcelle, che nessuno gli ha chiesto in restituzione o di cui gli abbia chiesto conto.

A prescindere da ogni ulteriore considerazione, il profilo concorrenziale assume una veste tanto evidente, quanto inquietante, a dimostrazione della incapacità, nella circostanza, delle organizzazioni professionali a prestare un servizio adeguato e, tuttavia, del mantenimento della quota di mercato (a discapito di altri avvocati che avrebbero potuto svolgere, nella circostanza, un servizio migliore, conforme alle disposizioni di legge e a condizioni più competitive).

Tutto ciò richiede l’intervento dell’Autorità Antitrust, perché gli avvocati sono considerati imprenditori, e l’Istituzione di settore deve essere chiamata a riconoscere e a sanzionare i comportamenti anticoncorrenziali, affinché l’utenza sia formalmente avvertita e si comporti di conseguenza. E – aggiungiamo – affinché gli avvocati comincino a denunciare all’Autorità i comportamenti incongrui con le regole della concorrenza. Dell’evoluzione del caso Seat Pagine Gialle siamo depositari esclusivi, e, tuttavia, non riteniamo che il ricorso all’Autorità debba limitarsi ad esso. Per questo ci rivolgiamo alla categoria e all’Ordine di appartenenza, per integrare le doglianze e sostenere autorevolmente l’iniziativa.

 

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