Cambiamento Climatico e banche: rischio di perdite crediti per +300%


Le banche continuano ad essere in sofferenza, a livello italiano come europeo. Ed il clima (nel vero senso della parola) non aiuterà in futuro, a meno che il sistema bancario sia predittivo ai cambiamenti climatici e di transizione energetica, ma al momento così non è.

Gli analisti dei mercati finanziari del vecchio continente sono quasi tutti d’accordo (ma anche oltre oceano hanno le stesse idee), la transizione energetica ed il cambiamento climatico comportano rischi certi per il sistema bancario e per la sofferenza di cassa.

La corsa al “green” aiuterà certamente l’ambiente, ma avrà conseguenze (anche dannose) per i mercati. La grandezza dell’impatto si delineerà solo con il tempo, ma la società Wyman (gruppo Marsh) ha calcolato che le banche italiane e quelle dell’Unione Europea avranno perdite di crediti pari ad un +300% (4 volte le perdite odierne).

Questo accadrà perché molte imprese non riusciranno a adattarsi alla transizione “green” che si sostanzierà entro il 2030 (come richiesto dagli ultimi accordi internazionali siglati tra i Paesi). La maggior parte di queste aziende sono quelle del settore Oil&Gas, siderurgia e minerario (non a caso vengono definite “brown corporate”).

Per mantenere il surriscaldamento entro il famoso aumento di +1,5 gradi, il sistema economico dovrà compiere manovre per ridurre le emissioni fino al 40% (240 milioni di tonnellate di CO2) entro 10 anni, con la conseguenza che le imprese con il più alto consumo energetico – ad esempio per la produzione di acciaio, chimica, estrazioni minerarie – dovranno abbattere le emissioni per un 50% rispetto a quanto gli era già stato richiesto in passato.

Ecco per le banche dovranno analizzare con modelli molto più efficienti rispetto a quelli attuali ed in anticipo gli investimenti che queste imprese condurranno nei prossimi anni, per ridurre al minimo il rischio di trovarsi dinnanzi a realtà impossibilitate a ripagare i prestiti.

La mossa migliore che il sistema bancario potrà fare sarà quella di valutare singolarmente ogni situazione creditizia e non con modelli di tipo “cluster”, in modo da valutare caso per caso ogni azienda “brown”. La Commissione UE ha già chiesto (tramite la bozza dell’accordo di Basilea 4) di valutare i rischi creditizi calibrandoli su appositi indicatori “climate change”.

Questi dati sono davvero delicati per il sistema banca italiano, soprattutto se si legge l’ultima relazione sugli NPL, i crediti inesigibili. Gli enti creditizi hanno posto ben 25 miliardi di NPL fuori dai bilanci, in sostanza per 1 euro di nuovo credito in sofferenza, 3 sono stati eliminati.

Il cambiamento climatico, quindi, non è solo una questione di “salute” del pianeta, ma, in primis, di sopravvivenza dei mercati.

Anche se i mercati godono di grande successo per quanto riguarda gli investimenti nei settori delle energie rinnovabili, dall’altro soffriranno – e non poco – a causa dei crediti ed investimenti posizionati in assetti imprenditoriali non ancora pronti alle sfide che pone il cambiamento climatico.

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