Bene la separazione tra banche. Ma, il prima possibile


Il Presidente Conte ha annunciato, nel discorso programmatico tenuto alla Camera, la prospettiva della separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Non sarebbe un ritorno al passato, come qualche analista comincia a dire, sarebbe una ottima terapia del sistema bancario, gravemente in crisi da quando la banca è diventata universale. Più di quando era soggetto alle influenze politiche.

Oggi la remunerazione delle banche è assicurata soltanto in parte dal differenziale tra interessi attivi e passivi (la linea di affari tradizionale), in misura mediamente inferiore al 50 per cento. Per il resto, le banche commerciano investimenti. Non bene, per gli interessi dell’utenza, affidati ad una frequente gestione improvvida dei mezzi di terzi e al malfunzionante finanziamento delle imprese, come è dimostrato dalla mancata remunerazione dei depositi, dalle perdite di risparmio e dai crediti deteriorati.

In altri termini, appena le banche hanno cominciato a fare tutto, è scoppiata la baraonda.

Non pagano i soldi dei clienti, talvolta provocano perdite a loro carico e finanziano male le imprese, perché molte non restituiscono (tra mille pettegolezzi) e altre non vengono messe in condizione di sviluppare gli affari.

Quando non si verificano condizioni di giugulazione vera e propria, non essendo infrequenti i casi di interessi usurari e di abuso del diritto di credito. In America, la separazione tra le attività delle banche venne introdotta da una famosa legge, Glass – Steagall Act dal nome dei promotori, per porre un freno alla speculazione più rovinosa, e abrogata – guarda caso – nel 1999 da Clinton, che, al limite del secondo mandato, restituì evidentemente qualche favore. Poi, in America è successo di tutto, nel settore bancario e finanziario, e il resto del mondo, Italia compresa, ha subito. Quindi, ben venga la separazione tra banche! Poi il Governo dovrebbe mettere mano alla materia del finanziamento delle imprese.

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