Arcelor Mittal, un contratto sbagliato

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Il caso Arcelor Mittal (ex Ilva) è balzato varie volte agli onori della cronaca negli ultimi tempi. Per l’affidamento dello stabilimento e della gestione di impresa – non si è ancora saputo bene a che titolo – e per la controversia giudiziaria in sede civile, ad iniziativa della Mittal, e in sede penale, ad iniziativa delle Procure di Milano e Taranto.

Nel frattempo, l’azienda langue, con conseguenze tragiche a carico dei dipendenti, dell’indotto e del settore industriale che ha bisogno di acciaio. Un delirio, che Belpietro, direttore della Verità, non ha esitato a definire tradimento. Siamo d’accordo con lui.

E’ un tradimento delle attese di investimento nella bonifica e nell’azienda. Ma è anche un tradimento in senso proprio, mascherato dal dibattito politico, su cosa sia meglio per il Paese, dagli incontri al vertice, tra Conte e i suoi e Mittal e i suoi, e dalla incompetenza che regna sovrana nell’amministrazione dello Stato.

Ma come, la siderurgia è quasi l’ultima grande industria italiana produttiva di ricchezza, alimenta un settore vastissimo che fattura centinaia di miliardi, concretamente la struttura portante del Pil nazionale, e il contratto fa acqua!

Viene impugnato in tribunale per questioni del tutto marginali, rispetto al progetto di investimento e di bonifica, perché si presta ad essere controverso. Perché alla Mittal è stata lasciata mano libera su tutta la gestione, invece di vincolare e monitorare le scelte su acquisti, vendite, magazzino e produzione. Chi ha scritto il contratto? Questo vogliamo sapere.

 

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