Addio alla Fiat

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La Fiat lascia l’Italia. Non è una notizia. Il Nuovo Mille ha scritto che la Fiat non sarebbe più stata “fabbrica italiana” oltre due anni fa sulla base di un comunicato della società che evidentemente era scappato dalla penna di qualcuno.
L’ufficio stampa all’epoca non ha confermato, il legale tradizionalmente più vicino alla società non ha confermato. I tempi non erano maturi. Ora la Fiat ha sede legale e sede amministrativa all’estero.

Le prospettive di una ulteriore fusione, se non di una cessione del controllo (che in forma riservata o come opzione potrebbe già essere avvenuta), sono consistenti. E’ materia contigua a scelte di interesse nazionale (non italiano, basti pensare all’incidenza dell’industria automobilistica tedesca sul pil nazionale) e di proiezioni geopolitiche. Resistenze e proteste sono pertanto improvvide e comunque intempestive.

Prima dell’era Marchionne qualche impresa italiana avrebbe potuto dire la sua, ma dove stava allora? E dove stavano i sindacati, miopi a dir poco!? Rimane per la verità un margine di trattativa su questioni allo stato marginali che in seguito potrebbero dimostrare consistenza politica.
Ma servono lungimiranza, credibilità e coesione all’insegna dell’interesse nazionale italiano. In Italia c’è tutto questo? Perfino il Corriere della Sera ogni tanto declama la bellezza della coesione tra parti opposte in altri paesi, ma l’informazione quotidiana non è plurale, è contraddittoria.

La ripresa economica passa per la politica (di questo bisogna dare atto al governo Renzi), non necessariamente per le riforme, quanto per l’esprit delle riforme.
Se il paese riconquista il ruolo perduto (in oltre quaranta anni, non in venti), si potrà ricostituire anche l’industria pesante.

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