World Happiness Report 2018. Se la felicità non è solo ricchezza.

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Esiste un modo di misurare la felicità? È questo l’obiettivo del World Happiness Report, la classifica annuale dei Paesi più felici del mondo, presentato ieri alla Pontificia Accademia delle Scienze, ed arrivato alla sua sesta edizione da quando l’ONU ha istituito la giornata mondiale della felicità (che decorre il 20 marzo).

Le vincitrici assolute si confermano, ancora una volta, le nazioni del Nord Europa: prima tra tutte la Finlandia e subito, a seguire, Norvegia e Danimarca, a cui fanno eco Islanda, Svizzera e Olanda. I più infelici, invece, sono il Burundi, la Repubblica Centrale africana e il Sud Sudan. L’Italia si piazza “solo” al 47esimo posto, guadagnando una posizione rispetto all’anno scorso. Ma, più di tanto, non c’è da festeggiare. Eravamo al 28esimo posto nel 2012 ed oggi ci superano la Thailandia e il Nicaragua, solo per citarne alcuni.

Le variabili chiave utilizzate per stilare la classifica sono la speranza di vita (indicatore che alza di parecchio il punteggio italiano), la libertà, la generosità, il sostegno sociale, ma anche la percezione della corruzione. Oltre, ovviamente, al PIL procapite. E allora capiamo per quale motivo la Finlandia, nonostante il suo PIL sia minore dei suoi vicini, nonché nettamente più basso degli Stati Uniti (a cui va il 18esimo posto in classifica), abbia guadagnato la medaglia d’oro: è un paese stabile e ben governato.

Già, perché un altro dato che fuoriesce da questo Report è quanto la politica e il buon governo possano agevolare la felicità della popolazione.

“Sempre più governi utilizzano indicatori di felicità per dare corpo alle decisioni politiche” ha dichiarato infatti Jeffrey D. Sachs, coautore del Rapporto (realizzato anche grazie al sostegno della fondazione Illy). “I governi possono garantire che le scuole promuovano la felicità dei giovani, i posti di lavoro siano luoghi di creatività e non fatica e le città diventino comunità”.

In questa edizione il Report è dedicato in gran parte all’analisi di come vivono i migranti nei vari paesi. E un dato è chiaro: sia chi emigra, sia chi ospita risulta più felice laddove l’immigrazione è accettata facilmente. E i paesi che si collocano ai primi posti della classifica generale sono, non a caso, anche quelli dove i migranti sono più felici.

Viene da pensare che nel XXI secolo il detto “i soldi fanno la felicità” non sia più del tutto vero. E lo dimostra il fatto che gli States stanno diventando sì, sempre più ricchi, ma al contempo sempre meno felici. Per questo è necessario che gli indicatori di benessere si adeguino alle esigenze attuali, iniziando a considerare qualcosa che vada oltre il semplice calcolo della ricchezza. D’altronde si parla di felicità. Niente di più complesso da realizzare per l’uomo…figuriamoci per un Paese intero.

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