Unità in meno

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L’Unità chiude, almeno per il momento. Perché l’attuale proprietà promette che la cessazione è solo temporanea e che le pubblicazioni riprenderanno. Potrebbe pure essere, perché si può intuire che dietro la testata siano assiepati non pochi interessi. Ma prima dovranno essere risolti i problemi che hanno portato alla chiusura, finanziari ed economici.

I debiti sono enormi e il giornale non vende. Perché la politica è stata esagerata nel dispensare aiuti e assumere obbligazioni nell’interesse e per conto. Perché la mitologia dell’unità operaia legata al mondo della produzione e alla modernità industriale è stata sconfitta dagli intellettuali in cashmere e dal Fatto, che ha proposto una nuova informazione politica, soltanto apparentemente di sinistra, a dimostrazione dell’evoluzione dei costumi, ed ha raccolto a man bassa il consenso degli ex lettori dell’Unità.

Tutto sommato l’esperimento della cessione a Daniela Santanchè sarebbe stato interessante, se non altro per valutare la nuova linea del giornale e il decorso della politica, nella prospettiva della Santanchè. Avranno pure influenzato la scelta per il niet i pregiudizi ideologici della proprietà perdente. Ma è anche consentito ritenere che la complessità dei conti e delle obbligazioni dell’Unità non dovesse diventare patrimonio della controparte politica.

E non è nemmeno pensabile che la galleria degli ex direttori accettasse di essere dileggiata da un giornale convertito al vento del renzismo. Al di là della retorica del pluralismo dell’informazione, che viene agitata soltanto per giornali amici, non si sentirà la mancanza dell’Unità.

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