Un caso di sicurezza nazionale trasformato in reato penale


L’incriminazione e la carcerazione di funzionari del Sismi ad iniziativa della Procura di Milano, a seguito di intercettazioni, perquisizioni e deposizioni di testi, pubblici ufficiali e non, richiedono una riflessione e un dibattito sul concetto desueto, a causa del lungo periodo di pace di cui ha goduto l’Europa, di sicurezza nazionale quale bene supremo della collettività. Posto che sia dimostrato l’episodio contestato, del quale rilevano agli effetti della qualificazione giuridica non solo le circostanze fattuali più note, ma quanto meno le motivazioni e le esigenze che hanno provocato l’intervento operativo, da cittadino qualunque, stupito se non attonito, mi chiedo, prima di tutto, se il caso costituisca una questione di sicurezza nazionale e, in quanto tale, sia sottratto al potere inquisitorio della magistratura ordinaria, ovvero se si tratti, come ritiene la magistratura ordinaria, di una fattispecie criminosa disciplinata dal codice penale.

Da quanto ho appreso dai giornali, non essendo in possesso di informazioni privilegiate, ritengo che questo non sia il caso, che non si tratti di una ipotesi di reato penale ordinario. L’eventuale intervento operativo italiano, organizzato o meno in collaborazione con strutture statunitensi di pari livello operanti sul territorio nazionale, non si propone come una fattispecie criminosa ordinaria organizzata, ad esempio, a scopo di lucro o ad altro scopo sanzionato dalla legge penale ordinaria. Si propone come l’esigenza, assolutamente straordinaria, di tutela dell’ordine pubblico nazionale e internazionale, in un contesto bellico o terroristico o potenzialmente tale. Questo è il fatto che richiede accertamento preliminare per valutare l’opportunità dell’intervento, in situazione di emergenza, diretto a scongiurare pregiudizio alla sicurezza nazionale e commissione di crimini in danno di cittadini italiani o stranieri nel territorio della Repubblica.

L’altro quesito che propongo è relativo alla competenza della decisione. Chi debba decidere che cosa. Il riconoscimento della emergenza che richieda l’intervento operativo straordinario deve essere affidato alla scelta di un funzionario, sia pure di grado elevato, oppure ad una gerarchia di uffici militari, ciascuno con competenze specifiche che si integrano per evitare errori di valutazione e abusi e per garantire le decisioni più adeguate alle esigenze e alle emergenze della società nazionale? Ovvero è materia che possa essere attratta nella sfera di competenza della magistratura ordinaria, inquirente e requirente? Il quesito non può essere soddisfatto se non in relazione alla identificazione del bene da proteggere e alla capacità oggettiva, prima che soggettiva, di intervento a tutela di tale bene. Il confronto si pone, nel caso che ci intrattiene, tra esigenza di tutela della collettività ed esigenza di protezione dei diritti civili della persona, che riguarda anche l’intera collettività, ma indirettamente, e finché non si dimostri che tale esigenza sia stata superata dalla esigenza di tutela della collettività.

Per intenderci meglio. Anche la carcerazione di una persona a seguito di condanna, essendo privativa della libertà personale, potrebbe apparire come violazione dei diritti civili. Non lo è, perché, nel confronto tra beni da tutelare, prevale il bene di autotutela della collettività. Quindi è necessario confrontare i beni e le esigenze di relativa tutela per stabilire quale ufficio dello Stato, essendo comunque ristretta l’attribuzione di competenza ai pubblici uffici, abbia il potere e il dovere dell’intervento, non la mera facoltà. Dimensioni del bene, ultrattività territoriale, disponibilità di strumenti conoscitivi, valutativi e decisionali costituiscono, con tutta evidenza, requisiti da soddisfare.

Tornando alla questione controversa, ossia alla valutazione non dell’opportunità dell’intervento operativo, rispetto al quale sono richieste informazioni specifiche, ma della attribuzione della materia, la fattispecie appare più un caso che possa essere affrontato da una struttura gerarchica, complessa, responsabile e subordinata alla politica, ovvero da due magistrati inquirenti della Procura di Milano? Insomma, le scelte di pace e di guerra, il riconoscimento delle esigenze della collettività, la visione dello Stato, la proiezione di tale visione nel contesto del mondo globalizzato, alleanze e deterrenze, costituiscono affare di Stato o materia dei tribunali? La domanda appare pleonastica e lo è. Perché i tribunali non possono dichiarare la guerra né possono subirne le conseguenze, né possono promuovere o trattare le condizioni di pace in caso di guerra, né possono coltivare una visione dello Stato, né hanno gli strumenti per conoscere e valutare, né possono decidere cosa sia più opportuno per la collettività nel confronto tra beni da tutelare che sfuggono alla loro competenza.

Prova ne sia che, allo stato degli atti, per quanto sia stato pubblicato, la fattispecie imputata è stata ricondotta ad una ipotesi ordinaria. Non si è parlato di sicurezza nazionale e di strumenti valutativi complessi, che un ufficio della Procura non possiede. Si è parlato invece di responsabilità gerarchica e di livelli autorizzativi partendo dal presupposto, da dimostrare, che la fattispecie costituisca fatto criminoso e quindi che tutte le persone comunque collegate alla vicenda siano potenzialmente implicate e colluse. Su tale assunto funzionari dello Stato, meritevoli o non (questo non è consentito comprendere tramite la stampa, ma si tratta di valutazione che concerne i loro superiori e non la magistratura) sono finiti in carcere e nel corso delle deposizioni trattano inevitabilmente questioni che concernono gli interessi nazionali. Con tutto il corollario delle intercettazioni in precedenza disposte, immagino su iniziativa dei due magistrati inquirenti, e in parte pubblicate con ulteriore comune sconcerto.

Nel contesto appena descritto, sfuggendo evidentemente alla comprensione di alcuni alti dirigenti dello Stato le responsabilità di cui le loro funzioni sono investite, costituite, oltre che da potestà e utilità, da impegni precisi nei confronti della collettività, i cittadini hanno assistito al consueto scaricabarile, fatto di diniego di responsabilità, di inconsapevolezza, di preteso mancato interessamento da parte delle funzioni subordinate. La politica si è prontamente sfilata e il balbettio delle menti più eccelse della destra e della sinistra ha suonato come ennesima conferma della inadeguatezza di gran parte degli esponenti politici alle esigenze del Paese. Con l’eccezione del Presidente Cossiga, ma lui se lo può permettere. Tra i giuristi e i politologi, attenti per lo più ad annusare il vento e a misurare le parole, soltanto Sergio Romano, mi sembra, ha reclamato un ruolo per il Sismi, sostenendo che lo Stato debba garantire “autonomia, rispetto e fiducia: tre doti senza le quali nessun servizio segreto può fare con efficacia il proprio lavoro”. Rispetto e fiducia sono doti intangibili. L’autonomia ha una valenza molto concreta, essendo fatta di principi normativi e organizzativi, di strutture materiali e immateriali, di rapporti, di persone, di capacità, di livelli gerarchici, nel cui ambito si esplicano le funzioni affidate agli uffici.

L’autonomia non si esprime come scheggia impazzita, avulsa dalla realtà dello Stato, potenzialmente pericolosa. Si esprime come realtà strutturata, impermeabile ad interferenze esterne, complessa nel suo ambito, autosufficiente per le funzioni assegnate, gerarchicamente ordinata al suo interno e sottoposta direttamente alla politica. Dalla politica tutto dipende, dall’ordinamento dei tre classici poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) ai rappresentanti della politica, che rivestono il ruolo senza costituirne l’essenza, ai cittadini dello Stato, ai quali i principi ordinamentali riservano le scelte ordinarie e supreme, vuoi direttamente tramite l’istituto referendario e il diritto di supplenza, vuoi indirettamente tramite i rappresentanti eletti.

L’autonomia del Sismi non consente quindi scelte arbitrarie e illegittime. Ed eventuali disfunzioni devono essere trattate in quanto tali, alla stregua delle disfunzioni che investono qualsiasi altro apparato, della politica, della magistratura, delle amministrazioni locali e nazionali. Le disfunzioni sono sottoposte al vaglio e al riconoscimento delle autorità sovraordinate, per essere, all’occorrenza, sanzionate nei modi previsti, sul piano di riferimento, militare, amministrativo e giudiziario, se le funzioni vengono tradite e viene meno il rispetto delle scelte di opportunità e della linea gerarchica. Le circostanze note conducono a ritenere che il principio gerarchico sia stato correttamente rispettato e che la politica produca l’effetto domino per totale insipienza.

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