Spezi e Morrone, due preoccupanti casi giudiziari


Due casi giudiziari ugualmente clamorosi, seppure molto diversi, ripropongono la questione della responsabilità del giudice e della adeguatezza del sistema giudiziario ad offrire risposta alla domanda di giustizia. Domenico Morrone, pescatore, ha trascorso quindici anni in carcere per un doppio omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente e dal quale è stato solo casualmente scagionato. Mario Spezi, giornalista, è costretto al carcere in via preventiva per accuse, discutibili e discusse, connesse agli omicidi seriali del mostro di Firenze consumati dal 1968 al 1985. Nei primi giorni di carcerazione a Mario Spezi non è stato nemmeno consentito di conferire con l’avvocato difensore. Due casi diversi tra loro a cui la stampa non ha dedicato finora grande attenzione, malgrado lo sgomento che entrambi suscitano nel cittadino qualunque. Nel caso di Domenico Morrone, a favore del quale avevano reso testimonianza varie persone, in seguito condannate per falsa testimonianza, il teorema della colpevolezza ha prevalso sulla ricostruzione processuale.

Nel caso di Mario Spezi il teorema non coincide con la ricostruzione dei delitti seriali curata in un libro dallo stesso giornalista e dallo scrittore americano Douglas Preston, che del suo incontro con il magistrato inquirente, ha reso preoccupata testimonianza in un circostanziato articolo. Comunque si sviluppi, la storia kafkiana del giornalista segregato richiede attenzione e più informazione. Mi chiedo se e come Bertinotti vorrà affrontare le disfunzioni della giustizia nel modello di società che intende mettere a punto con i suoi alleati di governo. “L’espressione riformatrice dell’Unione – ha detto Bertinotti – dovrà favorire l’individuazione di una nuova fisionomia di società da trasmettere al Paese”. Avete capito bene. Qualcuno sta per dirci come dobbiamo essere.

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