Riscaldamento globale: coltivare la Terra e tenere il mare pulito per fissare la CO2

Young demonstrators hold placards as they attend a climate change protest organised by "Youth Strike 4 Climate", opposite the Houses of Parliament in central London on February 15, 2019. - Hundreds of young people took to the streets to demonstrate Friday, with some of them having gone on strike from school, as part of a global youth action over climate change. (Photo by Ben STANSALL / AFP)

La settimana che si apre oggi rappresenta un’occasione importante per discutere sul clima e sulle abitudini di vita nel prossimo futuro. Il problema ambientale, però, non va affrontato solo nell’ottica di ridurre le emissioni di CO2 nella produzione di energia – generazione di elettricità, calore e moto –  ma va visto nella sua complessità. E’ bene, dunque, affrontare anche quello che viene definito il ciclo biogeodinamico del  carbonio, ovvero l’emissione, le riserve di accumulo transitorie e la fissazione stabile nei processi biologici ed industriali.

La attuale diatriba sulla competizione della motorizzazione elettrica contro quella a combustibile è viziata da contrastanti interessi industriali, ma in temini di inquinamento complessivo, sono sostanzialmente equipollenti. L’unico vantaggio di quella elettrica è rappresentato dalla diminuzione delle emissioni nei centri urbani ad elevata densità automobilistica, per una migliore qualità dell’aria.

Come è noto, le piante, sia terrestri che marine, fissano con la fotosintesi clorofilliana la CO2 per costruire matrici temporanee – cellulosa, legno, resine, ecc – e riciclabili nella catena alimentare, che ha nel suo ultimo passaggio la specie umana, ormai diventata  “una specie volta al suicidio collettivo”. Stiamo consumando, infatti, il mondo in cui viviamo, sprecando le risorse naturali in un modello di vita pieno di abitudini superflue, con una esigenza psicologica  già descritta da Oscar Wilde, quando afferma che “niente è più necessario del  superfluo”. Ammaestramento perfettamente recepito dalle multinazionali, nelle loro pubblicità.

Rimanendo in Italia, basti ricordare la continua cementificazione del Territorio o il fatto che esistano 3,5 milioni di ettari non coltivati (nonostante la superficie boschiva dal 1950 sia in aumento costante).

Se nel nostro Bel Paese si vuole fare un intervento strutturale, tenendo conto di milioni di ettari incolti (vedi Agromagazine del 21.9.2019), questi terreni dovrebbero avere una vocazione, senza interferire con le colture a scopo alimentare. Ad esempio nella coltivazione di piante che fissano CO2 con un finalità di utilizzo industriale, energetica e di consolidamento dei terreni dalla erosione. 

Basterebbe che, nelle coltivazioni di piante industriali, venisse fissata una tonnellata di CO2/anno per ettaro, perché in 10 anni si potesse arrivare a fissare oltre 35 milioni di tonnellate di CO2 e rendere disponibili  oltre 50 milioni di tonnellate di materia vegetale per produrre biometano, fibre tessili, materiali per la bioedilizia, bioplastiche ed oli vegetali da miscelare ai combustibili fossili, in uno schema ormai consolidato  di “economia circolare”.

Non bisognerebbe neanche pensare a schemi complessi di incentivi, poiché basta tenere i biocombustibili esenti da accise e i biomateriali con  IVA al 4% perché sia il mercato, opportunamente informato, a capire che, utilizzando biocombustibili e biomateriali, darebbe un contributo alla mitigazione dell’effetto serra. In ogni caso, deve essere sostenuto un incentivo al riuso di questi terreni “miniere di carbonio”, da  incrementare di anno in anno, almeno nella sua fase iniziale. L’agricoltura si trova davanti una seconda sfida: non più solo di assicurare l’alimentazione umana ed animale, ma anche quella di preservare la Terra dagli effetti dei cambiamenti climatici.

E’ necessario dare un contributo di “sostegno alle azioni di contenimento del riscaldamento globale” per ogni ettaro coltivato, utilizzando aree oggi abbandonate. Contestualmente, i terreni non coltivati debbono avere una tassazione che disincentivi lo stato di abbandono, in attesa di diverse destinazioni di uso non agricolo.

Le moderne tecnologie di telerilevamento aereospaziale, infatti, permettono un controllo puntuale dei terreni e i successivi utilizzi industriali ed energetici possono essere perfettamente tracciati; per la nuova generazione di agricoltori questa può essere una ulteriore sfida, oltre a quella della qualità della produzione alimentare.

Non bisogna dimenticare, comunque, come a grandi successi di mercati nei territori della Padania sono corrisposte gravi situazioni di inquinamento delle falde acquifere, con grave danno per le popolazioni. Perciò, solo grazie ad una agricoltura biologica che vieti l’uso di sostanze inquinanti e che permetta con il tempo di recuperare la qualità delle falde idriche, sarebbe consentito in modello anche di “costruzione di miniere di carbonio”.

E’ materia complessa ma bisogna decidere in un contesto europeo nel quale queste problematiche sono presenti e diffuse, per le quali la agricoltura può avere un ruolo primario non solo di produzione alimentare ma di efficace contrasto ai cambiamenti climatici

Nella prossima puntata parleremo del ruolo dell’ecosistema marino nei cambiamenti climatici e dell’utilizzo delle microalghe per la produzione di biomasse ad uso industriale ed alimentare.

Conversazioni
25 9 2019 - 10:08

perfetto. si potrebbe definire “scienza nota. Ma chi fa politica,capisce qualcosa?

Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

Leggi gli altri articoli
gabriele-lavia
Cultura e società / Razzismo alla rovescia