Perché l’impegno del Nuovo.Mille.it sulla utilità sociale dell’attività di impresa

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Perché il NuovoMille.it, giornale di attualità politica ed economica, ha proposto ai suoi lettori uno studio diffuso, impegnativo, specialistico, sulla utilità sociale dell’attività economica, prevista dall’articolo 41 della Costituzione, ci è stato chiesto con curiosità, quasi ad intendere che il tema sia desueto o il mezzo non sia adatto. Rispondiamo con semplicità, perché l’articolo 41, in particolare il secondo comma sulla utilità sociale, è l’ultimo baluardo di legalità del sistema economico, che influenza direttamente tutti i temi dell’economia, del diritto e della politica, di cui il giornale, da sempre, si occupa. Ci spieghiamo meglio.

Assistiamo, da almeno 20 anni, ad operazioni avventurose, a matrice finanziaria, che, allo scopo di intervenire nella titolarità e nel controllo delle partecipazioni di grandi società, spesso quotate, hanno prodotto, nelle attività di impresa, guasti miliardari, con effetti a carico del risparmio, dell’erario, della previdenza sociale e dell’occupazione. Tutto questo nel nome di una pretesa libertà di concorrenza, come se il confronto tra valori (utilità dell’attività economica, da una parte, e libertà di concorrenza, dall’altra) e la tutela degli interessi economici, impegnati nelle operazioni societarie, a matrice finanziaria, abbiano dovuto comportare il sacrificio della perdita (a carico di molti), per il vantaggio di pochi coraggiosi, e pur sempre nel rispetto delle leggi. Non è così.

La legge non richiede offerte sacrificali alla concorrenza e al mercato di riferimento, ma tutela tutti gli interessi impegnati nelle operazioni, a condizione che siano attivate le iniziative richieste, a cura dei soggetti a vario titolo coinvolti. Perché in particolare l’articolo 41? Perché è un simbolo, destinato come molti simboli ad essere avvicendato da altri simboli? Come sostengono, ad esempio, le associazioni che si ispirano a (malintesi, secondo noi) valori liberali, quali l’Adam Smith Society e l’Istituto Bruno Leoni? No, assolutamente, noi sosteniamo che l’utilità sociale non debba essere considerata come uno strumento di misurazione delle attività di impresa, ma sia il limite – invalicabile, nella nostra prospettiva – della lesività, prodotta dalle operazioni.

In sostanza, le operazioni di intervento nel controllo, così come altre operazioni tipiche delle attività di impresa, non sono soggette ad una misurazione, che ne certifichi il grado di utilità, ma non devono essere lesive, anche se qualcuno ne risulta premiato. La norma costituzionale è stata più volte adeguata dalla Corte Costituzionale alle esigenze della società economica, nel rispetto delle numerose disposizioni costituzionali che presidiano l’economia, ed è declinata nel codice civile e nelle leggi speciali, tra cui il Testo Unico Bancario e il Testo Unico Finanziario. Per questo nell’articolo introduttivo dello studio diffuso, abbiamo parlato di “causa” del contratto, che – come i giuristi sanno – è una condizione di validità delle obbligazioni scambiate tra le parti.

I nostri legali di riferimento hanno intrapreso, per conto di un gruppo di coraggiosi azionisti di minoranza, una impegnativa iniziativa giudiziaria, dopo avere inutilmente sollecitato l’intervento della Consob (a guida Vegas), nel caso di Seat Pagine Gialle Spa, società quotata (ora denominata Italiaonline Spa), conseguendo, da parte della Procura competente, il giudizio di illiceità dell’operazione (che è elemento di invalidazione del contratto). Il giudizio risarcitorio non è ancora concluso, ma, nel frattempo, la guida della Consob è stata assunta da Mario Nava, che ha lanciato segnali di discontinuità. Non è l’unico caso meritevole di segnalazione. Altre grandi operazioni, tuttora all’attenzione del pubblico e all’esame di varie Autorità, oltre che della Politica, hanno prodotto guasti di sistema.

Ne diciamo altre due per tutte: caso TIM e caso MPS. E chiediamo all’Adam Smith Society e all’Istituto Bruno Leoni il confronto sui temi della concorrenza, del mercato e della legalità, rispetto ad entrambi i casi. Posto che la disoccupazione e la perdita di risparmio provocate dalle operazioni di avvicendamento nel controllo assommano, nel caso TIM, ad oltre 80.000 posti di lavoro (parola recentissima dei sindacati di categoria) e ad oltre 50 miliardi (senza calcolare l’indotto), mentre, nel caso MPS, sono ancora da stimare, perché, dopo 10 anni dalla sventurata acquisizione di Banca Antonveneta, il danno non si è concluso (e non è stato risarcito). In entrambi i casi, le operazioni non solo non si sono dimostrate utili, ai sensi della disposizione costituzionale, ma sono state altamente lesive di interessi diffusi (occupazione, risparmio, erario, ecc.). Ecco perché abbiamo proposto lo studio diffuso sull’utilità sociale dell’attività economica. Perché il confronto vero è tra il valore della legalità, da una parte, e il disvalore della illegalità, dall’altra.

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