Mala e buona sanità

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La sanità italiana presenta pregi e difetti, molto gravi questi ultimi, concentrati in alcune Regioni. Nelle scorse settimane due storie, una di buona sanità, l’altra di mala sanità, hanno offerto la rappresentazione plastica di una situazione a cui non viene posto rimedio, nonostante l’impegno, almeno apparente, di ministri ed esperti.

Prima storia. L’artefice, 40 anni fa, del primo reimpianto di mano riuscito in Italia, il chirurgo Landino Cugola, è stato assunto, a fine carriera, dal paziente grato, Emanuele Balbo, nel frattempo diventato imprenditore della sanità a Verona. Una bella vicenda di merito, di successo e di riconoscenza.

L’altra storia divulgata dalla stampa nei giorni scorsi è di segno opposto. A Palermo, ad un paziente è stato asportato, 3 anni fa, un lobo polmonare malmesso, ma non aggredito dal cancro, erroneamente diagnosticato. Il paziente giustamente se ne è doluto in sede giudiziaria e la Procura competente ha spedito gli avvisi di garanzia, per lesioni colpose, al chirurgo, oltre che ai responsabili della diagnosi errata.

Secondo la consuetudine del NuovoMille.it, non entriamo nel merito della responsabilità della diagnosi, per il rispetto dovuto alle indagini e alle posizioni difensive. Ma, questa volta, difendiamo il chirurgo (che non conosciamo). Il chirurgo è, per definizione, un tecnico di altissimo livello, al quale viene assegnato il compito della resezione di organi o parti di organi malati. La diagnosi è precedente. Perché, in questo caso, il chirurgo viene considerato potenzialmente responsabile della resezione? Fare di tutta l’erba un fascio è sbagliato. Anche nella fase delle indagini e della imputazione di colpe, l’attribuzione di responsabilità si deve basare su dati concreti, sulla partecipazione, o sulla omessa partecipazione, quando sia prescritta dalla legge, alle scelte che hanno provocato il fatto considerato reato. Il chirurgo richiede la diagnosi, la verifica sulla carta, progetta l’intervento e ne condivide la direzione in sala operatoria. Oppure gli viene contestata la resezione dell’organo malmesso, ma non aggredito dal cancro, di cui, nella ipotesi investigativa, avrebbe dovuto riconoscere e stimare, esattamente nel momento drammatico del torace aperto, l’attitudine al funzionamento?

Non abbiamo casistiche specifiche a disposizione, né sappiamo se esistono, ma riteniamo che dovrebbero esistere, perché le responsabilità devono essere circostanziate e attribuite sulla base di studi accurati, oggettivi, e di precedenti specifici. Con ciò, non intendiamo dire che il paziente non debba essere risarcito. Tutt’altro. Ma dalle persone (e dalle assicurazioni) effettivamente responsabili della colpa medica.

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