Liberali e proibizionismo


Essendo liberali, l’essere contro il proibizionismo è naturale. Perché i liberali fondano la convivenza tra cittadini diversi sulla libertà di ciascuno nell’ambito delle regole da loro stessi scelte. Secondo i liberali queste regole devono essere coerenti con il principio di libertà e adeguate di continuo, per rendere possibile ad ognuno di esprimersi al meglio. Non sono invece coerenti le regole che stabiliscono i (supposti) comportamenti giusti da tenere. La logica proibizionista presume appunto di sapere quale sia il modo giusto di comportarsi in società e vuole imporlo. E’ una logica opposta a quella dei liberali.

Il proibizionista è il tipico conservatore (di destra o di sinistra fa lo stesso) che vuole il mondo  sia come lo intende lui. I liberali stanno ai fatti del mondo e pensano che la convivenza debba fare i conti con quei fatti. Per questo vogliono la libertà. Perché ciascuno cerchi sempre il modo di affrontare i fatti al meglio. Tra i più ancestrali modi di rapportarsi al mondo esterno, vi sono quelli del mangiare e del bere cibi e bevande capaci di rinvigorire e di soddisfare. In quest’ambito, e ancor più in quello dei prodotti medicinali, vi sono sempre state sostanze più o meno commestibili ed assumibili secondo i gusti e le necessità, che tendono a regolare la disponibilità di energia e ad influire sulle condizioni organiche di chi le assume con effetti più o meno profondi e duraturi. In proposito, per la civiltà liberale quello che davvero importa è che ognuno sia il più possibile informato circa i reali effetti di ciascuna di quelle sostanze sull’organismo di chi le usa. Poi spetta al singolo  decidere come comportarsi.

Qui il proibizionista insorge gridando al pericolo per la sicurezza degli altri cittadini, minacciata dalla libertà. E, sbandierando questo pericolo, propone regole per imporre un dato comportamento restrittivo che secondo lui garantirebbe la sicurezza. Solo che l’esperienza storica mostra in modo inequivoco una cosa opposta. Che così facendo la sicurezza è molto relativa ed al fondo illusoria, mentre la restrizione della libertà individuale irrigidisce le istituzioni e genera di certo un tenore di vita più disagiato per gran parte dei conviventi.  Quindi. è l’atteggiamento proibizionista a costituire un pericolo effettivo per il cittadino.

I liberali sono fautori di una politica coerente con questa impostazione non proibizionista. Su tutti gli argomenti. Occorre una politica che informi al massimo sulle conseguenze organiche dei cibi, delle bevande, del fumo e dell’assunzione di stupefacenti e dei medicinali, specie in caso di gestazione. Tenendo sempre fermo che le scelte operative toccano all’interessato. Tuttavia, mentre nelle altre materie sono possibili revisioni legislative però sotto aspetti differenti dal criterio generale, in materia di stupefacenti si tratta di cambiare le norme che hanno carattere proibizionista. Favorisce oggettivamente il proibizionismo confondere le diverse tipologie delle differenti sostanze. E ciò avviene quando, attraverso lo spavento sulle conseguenze di una droga pesantissima e potenzialmente fulminante, si pensa di poter imporre uno stile di vita conformista e ossequiente anche nei confronti di una sostanza come la canapa indiana (che è meno invasiva di molti superalcolici).

Tanto che usarla personalmente non ha sanzioni penali per un maggiorenne ma ha non trascurabili provvedimenti amministrativi (ritiro di patente, passaporto e obbligo visite mediche). Per di più saltano all’occhio due dati di fatto. Uno è che è consentito in termini tali da rendere assai facile trasformarlo nell’accusa di spaccio, una fattispecie invece penalmente rilevante (e riemerge la questione dell’assurdità di equiparare droghe diverse dagli effetti diversi). L’altro è che anche l’uso personale viene ricondotto (e ciò avviene in minor misura pure per l’alcol) in ambiti quantitativi al contempo troppo ristretti – e dunque forieri di ampi margini discrezionali sotto il profilo tecnico – e largamente incapaci di valutare le differenti condizioni individuali e ambientali – e dunque  rientranti nella più tipica delle logiche tese ad imporre un dato modo di comportarsi sociale.

Il proibizionista dice che questi criteri vanno adottati per garantire di non recare danno agli altri, ad esempio quando si è alla guida di automobili. Solo che il non recare danno ad altri, non porta per forza ad una politica proibizionista. Di certo  si arriva al proibizionismo se ci si illude di poter essere totalmente sicuri, a costo di ridurre la variabilità degli eventi della vita. Stabilire dei livelli di sobrietà assai discutibili, serve a metter su reti di controllo dissuasive basate sulla paura del cittadino per indurlo ai comportamenti “giusti”. Però aspirare a questo tipo di sicurezza è fuori dal mondo concreto. Non solo da un punto di vista liberale, ma anche perché i dati ufficiali indicano che ben due terzi degli incidenti stradali mortali derivano da cause differenti da alcol e droghe. Come si fa a  sostenere che, abolendo le attuali leggi proibizioniste,  la percentuale derivante da alcol e droghe aumenterebbe sensibilmente? Lo suppone la psicosi proibizionista. Che continua a voler introdurre nuove fattispecie di reato, assillata dal dover sbandierare la paura. Ora è la volta dell’omicidio stradale, appunto il tipico riflesso proibizionista che non affronta i problemi veri.

Uno è la pratica quasi impunità di chi alla guida ha ucciso. Che però dipende essenzialmente dalle storture di una giustizia impostata sulle minacce a monte e di fatto operante con il sistema  cavilloso e buonista zeppo di attenuanti, sconti e  pene non espiate. In generale, è giusto prevedere pene più gravi, a parità di danno, per le conseguenze di guidare ubriachi o drogati, ma è assurdo fissare livelli quantitativi per legge, non di rado ispirati al proibizionismo e quindi sommari, circa gli effetti reali sulla capacità organica del guidatore. E’ ancor più assurdo e proibizionista farlo indistintamente in riferimento all’uso di droghe, che agiscono in modalità molto variegate. Ed è poi davvero inconcepibile, pensare di far crescere la sicurezza attraverso il controllo preventivo a campione sulla strada, dei livelli di alcol e di droghe secondo livelli rigidi prefissati. Il rapporto tra mezzi impiegati e la quantità di incidenti impedita è un atto di fede proibizionista senza riscontro.  Mentre sono invece evidenti le conseguenze collaterali di una tale impostazione, che equivale a trascurare l’impegnarsi sulla responsabilità del cittadino nei comportamenti, scegliendo invece di spargere conformismo ossequioso all’autorità.

Puntare sulla responsabilità significa fare investimenti per rendere ognuno informato degli effetti di alcol e droghe e del fatto che, in caso di danni a terzi provati, ci sarà un aggravio di pena. Ma ciò non ha niente a che fare con i posti di blocco che, oltre a non tener conto delle caratteristiche fisiche individuali, confondono le droghe leggere con quelle pesanti e sanzionano in maniera uguale. Il danno della conseguenza della guida non c’è ancora, ma si fa divenire reato la guida in condizioni non corrispondenti ad una tipologia stabilita a tavolino. Senza percepibili riflessi sulla sicurezza reale. La scelta di sanzionare ad un livello fisso prestabilito l’aver usato sostanze diverse (tra l’altro in base a piccole variazioni percentuali, talvolta perfino quantitativamente opinabili) fa più danni collaterali alla convivenza nella libera responsabilità individuale, dei danni materiali che ipoteticamente potrebbero impedire.

Insomma, per i liberali occorre investire di più sull’informazione e sulla responsabilità e meno sulle indiscriminate strutture punitive di divieto. Per dire sì alla libertà, diciamo no alla caccia alle streghe.

di Raffaello Morelli

Conversazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*